Ancora multe per centinaia di migliaia di
euro che l'AGCom, Autorità Garante per le Comunicazione, ha inflitto ad
alcuni fra i più grandi concessionari di telefonia che operano in
Italia. La somma in totale è di 622.329 euro.

L’Authority ha comminato
le sanzioni a Vodafone ed alla sua partecipata Tele2, a Telecom Italia e
a British Telecom Italia. Vodafone è
stata multata per 290.000 mila euro per servizi non richiesti attivati
ai propri clienti. “Nei confronti di Vodafone Omnitel sono state
deliberate sanzioni per un importo totale di 290.000 euro per
l’attivazione di servizi non richiesti. Telecom Italia è risultata
invece destinataria di un provvedimento sanzionatorio di 30.000 euro per
mancata risposta a richieste di informazioni”, spiega il comunicato,
Tele 2/Opitel, di proprietà di Vodafone, è stata sanzionata per
60.000 euro.
Bt Italia dovrà invece pagare una multa per 58.000 euro per non aver
rispettato la Legge Bersani: “per aver applicato costi di recesso in
maniera difforme da quanto previsto dalla legge Bersani e dalla
normativa regolamentare dell’Autorità”.
Fin qui il dovere del cronista di rendere pubblica la notizia che, però,
esige anche un commento:
a cosa serve multare senza alcun risultato pratico che rechi vantaggio
al cittadino-utente queste
società che sono recidive ultra specifiche.?
Non solo, ma sono società che reiterano il reato svariate volte
nel corso degli anni, cosa che nel penale avrebbe
provocato ben altro tipo di condanna.
Considerato che il danno provocato ai cittadini é enorme, perché
l'Autorità non revoca la licenza a simili operatori, mettendola
poi all'asta
con regole severe per i partecipanti, ad iniziare dall''esclusione di
quelle società che hanno subito sanzioni da parte dell' AGCom? Non mi
sembra una richiesta assurda!
Voglio ricordare ai Signori dell'Autorità come ragiona codeste società
per averne avuto prova diretta.
Vi è la legge che vieta di addebitare in fattura le spese di spedizione
, 0,60 centesimi di euro, della stessa fattura al cliente. Ebbene,
un avvocato della Telecom che difendeva la società davanti al Giudice di
Pace ebbe a dirmi: " Sì, è vero le cause le
perdiamo tutte. In un anno, mediamente, ne subiamo un migliaio all'anno
in tutta Italia. Ma per Telecom il costo è irrisorio rispetto al fatto
che continua ad addebitare a tutti i 27 milioni di clienti, ogni due
mesi, 0.60 centesimi di euro. Si faccia lei un po' il conto di quanto
incassa Telecom e poi mi dica se non conviene opporsi a qualche migliaio
di clienti."
Gli ho risposto che se al posto della nostra AGCom ci fosse stata
la Commissione europea ad irrogare le sanzioni, la cosa sarebbe stata
molto, ma molto diversa. L'UE ha piegato a miti consigli Microsoft con
la mega multa da 500 milioni di euro, minacciando di aumentarla se
Explorer non fosse stato tolto dal sistema operativo di Redmond e non ci
fosse stata una reale possibilità per il cliente di usare altri browser.
Non ho avuto risposta.
Proviamo a fare il calcolo:
27 000 000
x 0,60 € = 16 .200. 000,00
€ x 6 (fatture annue)= 97.200.000 €.
Ecco perché se ne fregano della legge!
E la stessa storia del'addebito di una telefonata in più su ogni
bolletta: nessuno se ne accorge, il danno è minimale (come l'addebito
del costo del francobollo) ma il guadagno per Telecom è enorme.
Ma tutto questo a chi interessa? A nessuno, neanche al grillino
di turno o al politicante verde o impegnato!
di Francesco Medaglia, 21/5/2010
Il ministro ’scaricatore’ stila le nuove regole della rete: strana storia quella di Roberto Maroni, da hacker confesso a ideatore del “bollino” per la rete.

A dimostrazione di quanta confusione ci sia fra le alte sfere che dovrebbero mettere ordine nelle regole e nelle prassi della nostra vita quotidiana, la bozza del codice di autodisciplina per i fornitori italiani a tutela della dignità della persona la scrive il signore che nel Governo ha dimostrato di “capirci di più”, confessando candidamente di scaricare musica illegalmente da Internet. Personalmente esprimo tutta la mia simpatia per l’innocenza e la sfrontatezza con cui il Ministro dell’Interno Maroni dichiarò nell’aprile scorso di essere un impunito scaricatore e di appoggiare senza mezzi termini la pratica di condivisione dei files musicali. Il punto sollevato da Maroni fu proprio che certi materiali digitali non possono essere sottoposti così rigidamente alle leggi del copyright, e che bisognerebbe che lo Stato si facesse carico di condividere musica ed arte a beneficio di tutti i cittadini. Bello. A parte il fatto che il rumore che queste dichiarazioni hanno generato se lo portò subito via il vento, e la notizia che Confindustria e altri si fossero molto arrabbiati per queste dichiarazioni è risuonata decentemente solo sui media europei, molto meno in quelli italiani. A parte il fatto che dichiarazioni del genere basterebbero a qualche finanziere un po’ zelante per portarvi via PC, mouse e tappetino - il Ministro invece può dire ciò che vuole. A parte il fatto che, mentre i tribunali di mezzo mondo sono infestati da cause relative a diritti digitali, forse temi così delicati e sensibili meriterebbero ragionamenti circostanziati piuttosto che sparate ad effetto senza nessuno scopo se non quello di fare arrabbiare tutte le parti in gioco. A parte tutti questi fatti, ecco che proprio dal Ministero degli Interni, l’espertone Maroni, insieme all’altro esimio esperto Romani, ha stilato la bozza di quello che dovrebbe diventare un codice di autoregolamentazione degli operatori. Azzeccatissimo (o freudiano?) il titolo di Punto Informatico: “Il Governo vuole autoregolamentare la Rete”, un po’ come “chi ha suicidato Pinelli?”. Ma d’altra parte con la rete è sempre stato così. A Roma devono aver pensato: “visto che Bob Maroni sa spippolare con il computer, che scrivesse lui qualcosa su come fronteggiare i reati in Internet… Come, li compie anche lui?”
[VIA], 20/5/2010
China Mobile, il colosso asiatico della telefonia, ha lanciato il suo eBook store.

La guerra "culturale" è iniziata. Anche China Mobile il più grande operatore del mondo, per numero di abbonati, di telefonia mobile ha lanciato, mercoledì scorso, il suo eBook store. Gao Nianshu, General Manager di China Mobile, ha dichiarato che l’azienda si aspetta che la piattaforma possa arrivare in breve tempo ad attirare circa duecento milioni di utenti. Previsione eccessivamente ottimistica? Direi di no, almeno stando alle cifre diffuse dal Governo Cinese e da altri analisti. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Information Technology (vedremo mai un organismo simile in Italia?) infatti gli utilizzatori di telefoni cellulari nella Repubblica Popolare avrebbero toccato la quota record di 780 milioni nel mese di marzo e di questo gruppo ben 150 milioni sarebbero già in possesso di dispositivi che consentono la lettura di pubblicazioni in formato digitale. Secondo un’altra rilevazione poi oltre il quarantacinque per cento dei cinesi che utilizzano i servizi internet su smarthphone e cellulari leggerebbe almeno una volta al giorno un eBook sul proprio terminale. Il grande interesse dimostrato dai cinesi per le pubblicazioni elettroniche è dovuto in massima parte all’enorme eco mediatica che il lancio di eReader come il Kindle di Amazon hanno avuto e, naturalmente, anche alla loro grande passione per la lettura. Lo store che China Mobile ha lanciato mercoledi in realtà non è al debutto assoluto, in quanto era già stato attivato in via sperimentale, quattro mesi or sono, in otto aree del Paese e in tale lasso di tempo era riuscito ad attirare oltre quindici milioni di utenti. Il canone di abbonamento alla piattaforma di China Mobile è di cinque Yuan (circa 0,60 euro al cambio attuale) al mese e consente di accedere ad un gran numero di pubblicazioni. Il quaranta percento degli incassi che deriveranno dagli abbonamenti verrà redistribuito fra le case editrici che hanno preso parte all’iniziativa. Nokia, Motorola, Hanwang, Founder, Datang e Huawei Technologies hanno già lanciato dei dispositivi che supportano l’accesso alla libreria di China Mobile.
di Redazione, 7/5/2010
Brain training e Multitasking, miti sfatati da nuovi studi
I giochi per tenere in allenamento la mente non accrescono l'intelligenza. Inoltre il cervello è fatto solo per due azioni alla volta: niente multitasking. Alcune ricerche scientifiche smontano e confutano alcuni “luoghi comuni”: il brain training tiene forse in allenamento la cervello, ma non ne aumenta il quoziente intellettivo (QI); inoltre il multitasking, richiesto su smartphone e Pc, non fa rima con “fattore umano”. Il cervello è fatto solo per due azioni alla volta: sfatato il mito del multitasking.
 Secondo uno studio targato Ecole Normale Supérieure di Parigi, la suddivisione dei compiti fra emisferi cerebrali è un dato di fatto, fino a prova contraria, incontrovertibile: in base ad essa, non è possibile svolgere più di due compiti alla volta senza rischiare di agire in modo inopportuno. Anche il mito del brain training legato ai giochi per allenare la mente di Nintendo DS, è stato un po’ sfatato da uno studio pubblicato su Nature dall’Università di Cambridge, e finanziato dalla BBC: forse servono a rallentare l’invecchiamento del cervello, ma non ad aumentare l’intelligenza o il QI. “Statisticamente non ci sono differenze significative” - ha illustrato Adrian Owen, del Medical Research Council - “tra i miglioramenti visti tra i partecipanti che hanno giocato ai nostri giochi allena-mente e coloro che sono solo andati in Internet per lo stesso periodo di tempo”.
di Redazione, 24/4/2010
Cellulari e salute, al via uno studio trentennale
La ricerca sul rapporto fra telefonini e tumori sarà trentennale. I giovanissimi sono Sms-dipendenti e l'87% dichiara di dormire con il cellulare acceso sul comodino.Ancora la scienza si interroga sui rapporti fra cellulari e tumori al cervello e altri problemi di salute. Anche se finora non sono emersi legami di causa-effetto chiari ed univoci, il dubbio rimane (soprattutto dopo una recente sentenza della Magistratura italiana). Cinque paesi europei hanno dunque lanciato una ricerca che, nell’arco di 30 anni, analizzerà il rapporto tra l’uso dei telefoni cellulari e problemi di salute a lungo termine (come tumori e malattie neurologiche). Le ricerche decennali fin qui effettuate non hanno fugato tutti i dubbi, in quanto alcuni tumori impiegano più tempo per svilupparsi.
Il principio precauzionale dovrebbe essere usato soprattutto per i bambini e teenager (il cui organismo è in crescita e dunque più delicato). Anche perché gli adolescenti sono Sms-dipendenti: da uno studio del Pew Research Center emerge che negli Usa il 75% degli adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni possiedono un telefono cellulare. Ammontano a un’ottantina di messaggini al giorno contro i 30 scambiati quotidianamente dai ragazzi. L’87% di essi dichiara addirittura di dormire con il telefono cellulare acceso sul comodino di fianco al letto. E invece il riposo notturno dei giovanissimi non dovrebbe avvenire a contatto ravvicinato con cellulari e Wi-Fi.
di Redazione, 24/4/2010 |
Ragazzina 13enne si fa delle foto porno col telefonino e le invia in cambio di ricariche telefoniche ad una clientela di adolescenti: 34 indagati per pornopedofilia.  La “morale” insegnata dai media e l'ignavia degli educatori possono fare di una 13enne una piccola prostituta, pronta a mettere in mostra il proprio corpo in cambio di una ricarica per il cellulare. Una squallida vicenda, scoperta dai carabinieri di Tolmezzo (Udine) e riferita dal Messaggero Veneto e dal Gazzettino, con protagonista una giovanissima studentessa che ha avviato la propria attività iniziando dai compagni di scuola per coinvolgere, poi, numerosi altri giovani in Friuli e Veneto. La ragazza si scattava autentiche foto pornografiche e si filmava in pose oscene, avendo cura di rendere non visibile il proprio volto, poi trasmetteva il materiale (che data l'età della protagonista è da considerarsi pedopornografico) al prezzo di qualche ricarica per il telefonino. Le indagini dei carabinieri hanno portato al sequesto delle foto e dei filmati porno della 13enne e di decine di telefonini, chiavette USB e hard disk di computer. Ben 34 persone sono state così iscritte nei registri degli indagati per reati riconducibili alla pornografia minorile: di costoro 29 sono minorenni mentre gli altri 5 hanno superato da poco la maggiore età. di Redazione, 15/4/2010 [VIA]
Messico: il governo ordina lo "spegnimento" di 26 milioni di telefonini
Per i ventiseimilioni di messicani é stato un brutto risveglio: il loro telefonino non ha più la linea: é stato disattivato per legge. Stavolta non c’entrano gli hacker o guasti globali o collasso della rete. Molto più terra terra: è stata applicata la nuova legge che proprio per questo ha creato un vero marasma nel paese delle tortillas, tequila e del peperoncino.

Il governo aveva approvato una legge in base alla quale per possedere un cellulare è necessario rivelare la propria identità, cosa naturale in tutti gli altri Paesi, come in Italia. Il motivo è semplice ma complesso al tempo. Si tratta di una misura severa per tentare di contrastare il dilagante potere del narcotraffico diventato ormai incontrollabile da parte della polizia. Prima di questa nuova legge in Messico, per comprare un cellulare, non era necessario fornire i propri dati anagrafici. Con l’applicazione della nuova legge le autorità messicane sperano che le cose possano cambiare. Ma il passaggio di consegne si è rivelato ffallimentare. Da settimane le autorità avevano informato l’opinione pubblica con tutti i media possibili: radio, televisione e giornali, ricordando ai clienti di registrare i loro cellulari, anche inviando inviando un messaggio con i loro dati personali, il risultato finale è quello odierno: 26 milioni di numeri di telefono risultano anonimi. Da questo la drastica, ma improcrastinabile decisione, in base alla legge, di togliere la linea a tutti gli anonimi utilizzatori del servizio mobile. “Quasi 30 milioni di persone sono state colpite… Molte delle quali dipendono dal cellulare, loro unico mezzo di comunicazione”, ha protestato via email , senza alcun interesse di parte, anche Guillermo Ferrer, capo delle relazioni istituzionali di America Movil, il principale operatore telefonico messicano, di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, Carlitos Slim. di Redazione, 14/4/2010
eBay pagherà per i lingotti scomparsi
La popolare casa d'aste online dovrà rimborsare un cittadino austriaco che non aveva mai ricevuto l'oro acquistato. Da un'azienda definita di fiducia dal sito che aveva poi dichiarato bancarotta.  Si tratterebbe della prima sentenza in terra austriaca a punire eBay, il gigante delle aste online. Ad annunciarlo, un sito locale a difesa dei consumatori, che ha riportato l'ultima decisione di una corte di Sankt Poelten. eBay dovrà pagare ad un cittadino austriaco una cifra che supera i 16mila euro. La vicenda era iniziata nel settembre del 2007, quando l'uomo - rimasto anonimo - aveva comprato sul sito lingotti per un chilogrammo d'oro, venduti online dall'azienda tedesca ML Agentur. La società era stata descritta da eBay come un power seller, meritevole quindi di particolare fiducia, almeno secondo i criteri scelti dalla casa d'aste elettronica. Ma il consumatore austriaco, dopo aver correttamente trasferito il denaro, non aveva visto l'ombra dei suoi lingotti. Nel frattempo, ML Agentur aveva dichiarato bancarotta, nonostante i quasi 500mila euro guadagnati nel 2007 grazie alle vendite su eBay. L'uomo aveva dunque fatto causa ai responsabili del sito, ottenendo adesso il rimborso in denaro. E le reazioni soddisfatte dell'organizzazione tedesca a tutela dei consumatori.
di Redazione, 10/4/2010
Un italiano su dieci è vittima di furto di identità online
Secondo VeriSign la metà degli italiani vittima di frodi online è ancora in causa in attesa di ricevere un risarcimento.
 Ecco come prevenire le truffe onlineDa un sondaggio condotto online da YouGov per conto di VeriSign emerge che il 9% degli utenti italiani è stato vittima di un furto di identità online negli ultimi dodici mesi. Da questa analisi risulta che alle vittime di frodi sono stati rubati in media 353 euro e che nella metà dei casi non è stato ricevuto nessun rimborso monetario.In base al sondaggio, gli utenti italiani del Web risultano essere in generale giudiziosi nello shopping online. L’80% dei partecipanti ha dichiarato di acquistare solo da siti che utilizzano una configurazione di sicurezza avanzata, con il 7% di uomini in più rispetto alle donne che affermano di verificare la sicurezza del sito prima di procedere ad un acquisto online. Sebbene molte delle vittime siano convinte di essersi tutelate ricorrendo a tutte le precauzioni possibili durante gli acquisti online, le frodi rimangono un problema per l’utenza italiana. Ecco allora come proteggersi quando si effettuano acquisti tramite Internet.Il sondaggio è parte del programma VeriSign Italian Fraud Barometer, per misurare due volte all’anno lo status delle frodi in Italia, che include una campagna costante volta ad educare il pubblico sulla protezione personale online.Il sondaggio ha rivelato tendenze e abitudini di coloro che effettuano acquisti online: gli utenti oltre i 55 anni sono il target meno colpito (solo il 6% afferma di essere stato vittima di una frode online); gli uomini italiani sono più attenti delle donne quando effettuano acquisti online (l’84% dichiara di acquistare solo da siti Web con funzionalità di sicurezza avanzata: di conseguenza vengono truffati meno, con solo l’8% che afferma di essere stata vittima di una frode online rispetto all’11% delle donne); gli italiani con meno di 34 anni sono quelli che vengono truffati più spesso (con una media del 14% vittima di una frode online); il 16% degli utenti oltre i 55 anni, invece, continua a rifiutare le offerte online, in quanto è restio alle transazioni o a fornire dettagli personali online); il gruppo di persone con età compresa tra 25 e 34 anni è il più cauto (l’86% afferma, infatti, di non acquistare da un sito Web se non sono presenti funzionalità di sicurezza avanzata). Ma come ci si protegge dai pericoli che corrono sul Web?Ecco cinque semplici suggerimenti, disponibili in dettaglio sul sito Web Trust the Tick, per garantire la sicurezza durante gli acquisti online.Proteggere il computer aggiungendo un firewall personale e software antivirus: non rimanere connessi a Internet quando non è necessario essere online; se si utilizza un portatile, creare una password che viene richiesta per accedere a qualsiasi informazione. mantenere la segretezza delle password: non condividere le password, cambiarle spesso e non scegliere password di facile intuizione. Ove possibile conviene utilizzare l’autenticazione a due fattori, dove la seconda password viene generata da un dispositivo ed è un numero che cambia ad ogni accesso. verificare che il sito Web utilizzato sia sicuro: prima di inserire i dati per il pagamento in un sito Web, verificare che l’indirizzo URL inizi con https (dove la “s” sta per “sicuro”). Se un sito contiene errori ortografici evidenti o nessuna informazione sulla sicurezza, evitarlo. In caso di dubbi, fare clic sul segno di spunta di VeriSign per verificare l’identità del sito e, se possibile, utilizzare un browser che garantisce una protezione elevata e visualizza la barra degli indirizzi SSL EV verde. non scaricare allegati di posta elettronica o fare clic su un collegamento in un messaggio di posta elettronica a meno che non provenga da una fonte affidabile e non fornire mai informazioni riservate in un messaggio di posta elettronica. Tenere presente che i siti Web finanziari non richiedono mai ai loro utenti nome utente, password, PIN o altre informazioni riservate in un messaggio di posta elettronica. Solo i truffatori lo fanno. accertarsi di utilizzare una rete Wi-Fi sicura. Impostare una password per rendere la rete wireless privata sicura ed evitare di effettuare acquisti online o controllare siti Web di banche e di investimenti utilizzando una rete Wi-Fi pubblica. “In base alle ricerche effettuate risulta che non esiste necessariamente una correlazione tra il numero di persone che verificano la sicurezza di un sito Web e il numero di persone che vengono truffate”, afferma Danilo Labovic di VeriSign. “Sono infatti ancora troppe le persone che semplicemente non sanno riconoscere i segnali di pericolo durante gli acquisti online. I criminali informatici stanno diventando senza ombra di dubbio sempre più subdoli, ma dal loro canto i consumatori possono facilmente ridurre il rischio di frode online informandosi su come sia possibile proteggersi. VeriSign si impegna a monitorare il livello di frodi in Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica e ad educare gli utenti con campagne puntuali che spiegano cosa occorre verificare prima di effettuare un acquisto online”.
di Redazione, 3/4/2010
ZenPad, dalla Cina con furore un tablet Android low-cost
Il costruttore cinese Enso ha iniziato la commercializzazione su Internet di un tablet con schermo da 5 pollici. Il nuovo terminale ha come sistema operativo Android, con un prezzo base al pubblico che supera di poco i 150 dollari, pari al cambio attuale a poco più di 105 euro. Nell'ultimo periodo di tablet Android se ne sono visti un po' di tutte le fogge, ma lo zenPad introdotto dalla start-up cinese Enso si fa notare per almeno una caratteristica: un prezzo di poco superiore ai 150 dollari (pari a circa 105 euro). 
Lo zenPad ha caratteristiche hardware molto simili a quelle di un tipico smartphone di fascia alta, come il display touch screen da 800 x 480 punti, il processore ARM, la bussola digitale e lo slot microSD, ma rispetto ad uno smartphone ha una diagonale dello schermo più grande, pari a 5 pollici, e manca di un modulo per la telefonia. A dirla tutta non integra alcuna forma di connettività su rete mobile, ma può essere corredato da un modem 3G opzionale su porta USB. L'azienda sostiene che lo schermo è dotato di retroilluminazione a LED e può essere utilizzato sia con le dita che con lo stilo (incluso): da ciò si deduce che lo schermo sia di tipo resistivo. Le specifiche parlano poi di una CPU Samsung 6410 a 667 MHz, un modulo Wi-Fi 802.11n, 1 GB di memoria flash per l'archiviazione, 256 MB di RAM DDR, una batteria ricaricabile da 2000 mA con autonomia dichiarata di 6 ore (navigazione web o riproduzione video), porta microUSB, jack per cuffia da 3,5mm, speaker integrato, slot microSD e quattro pulsanti hardware. Insieme al dispositivo viene anche fornita una scheda microSD da 8 GB. Nella sua configurazione base, il cui prezzo è di 155 dollari più spese di spedizione, zenPad manca di un ricevitore GPS integrato: quest'ultimo può essere aggiunto alla dotazione hardware sborsando 25 dollari in più. Se si desidera anche il modem 3G, dal costo di 35 dollari, il prezzo dello zenPad sale a 215 dollari, pari a circa 160 euro. Enso afferma che il suo piccolo tablet è nativamente in grado di aprire file in formato MP3, WMA, AAC, OGG, MP4, AVI, WMV, DIVX, FLV, jpg, bmp, png, gif, txt, pdf, xls, doc e zip.

Il sistema operativo che gira sul dispositivo è Android 1.6, corredato di relativo Market, ma il produttore ha già annunciato che entro un mese rilascerà un aggiornamento contenente Android 2.1. Le applicazioni attualmente compatibili col tablet sarebbero oltre 5mila. Secondo Engadget, zenPad potrebbe essere una versione con diverso marchio del pad Smit MID-650, alla base anche del Wallet MID di eviGroup: la cosa interessante è che quest'ultimo ha un prezzo significativamente superiore a quello di zenPad. Certo bisogna però mettere in conto che mentre Wallet MID sarà distribuito direttamente in Europa, con garanzia europea, zenPad può essere acquistato esclusivamente online da una società, Enso, che ha sede a Hong Kong.
di Redazione, 25/3/2010
Microsoft e la Polizia di Stato portano il Commissariato online
La sicurezza online diventa a portata di mouse con il primo Commissariato di Pubblica Sicurezza online. Il sito C’è più sicurezza insieme! è destinato ai giovani, ma aperto a tutti, è strutturato come un Commissariato vero, ed è frutto della collaborazione fra Microsoft MSN e la Polizia di Stato. Il nuovo ufficio di Polizia virtuale, è reale a tutti gli effetti, e consentirà di concludere attraverso la Rete alcune pratiche che agevolano la vita quotidiana soprattutto dei giovani. Si occupa di attività quali: sicurezza telematica, immigrazione, polizia amministrativa e sociale, concorsi, minori e denunce via Web. L’iniziativa punta a sviluppare consapevolezza riguardo alla privacy e alla condivisione delle informazioni personali in Rete anche attraverso: “Un patentino per i social network“, un test su Internet per misurare fino a che punto gli utenti sono informati sul funzionamento e sui possibili rischi legati a Facebook, MySpace e Twitter. I prossimi 2 e 3 aprile si svolgeranno, rispettivamente, la Prima giornata della sicurezza sul Web e su RaiUno il Concerto per la legalità 2010 dal titolo “1 clik… X te”.
di Redazione, 23/3/2010 [VIA]
Il cambio ufficiale euro-dollaro non viene considerato affatto dalle multinazionali USA, ad iniziare, in ordine alfabetico, dalla Apple, probabilmente perché è da tempo a nostro favore. Per esempio, oggi 14/3/2010, ci vuole un $ 1,37 per avere 1,00 €uro.
Ma anche altre aziende, come hTC, tralasciano questo particolare. La prova provata è in questa notizia: il prossimo 24 marzo la T-Mobile venderà negli USA l'hTC Leo, alias HD2 a $ 199,00 con contratto biennale, ma a 499,00 $ senza contratto.

Quindi facendo due conti, il top di gamma di casa hTC verrebbe a costare, al cambio odierno, all'incirca 315,00 euro, esattamente il doppio del costo italiano. Ce ne chiediamo, ma lo chiediamo principalmente alla hTC, il perché? Quello che non riusciamo a capire sta proprio in questo arcano: l'Italia è fra i più importanti mercati europei per il mercato mobile, ma questo evidentemente ci penalizza invece di favorirci.
di Redazione, 14/3/2010 [VIA]
Microsoft è ormai pronta al rilascio del suo lettore di libri elettronico, ovvero un tablet PC. Oggetti che sono conosciuti come e-reader.
In rete ormai i segreti durano poco. Questo dell'e-reader della Microsoft circolava già dall'anno scorso, ma la novità scovata da Engadget è quella che si vede in foto: un tablet (miniPC?) a doppio schermo, il cui nome in codice è Courier.

Secondo le ultime indiscrezioni, Courier sarà molto leggero, all'incirca sui 700 g. e funzionerà principalmente come un giornale digitale. Sarà spesso meno di 25 millimetri e disporrà di due schermi dalle dimensioni circa di 125 x 175 millimetri, alimentati da un processore grafico Tegra 2 di NVIDIA. Supporterà il sistema di input multi-touch, disporrà una fotocamera integrata e di sistema operativo Windows CE 6. Gli utenti potranno utilizzarlo anche per scrivere note e appunti, modificare immagini, visualizzare documenti e fare tutto ciò che normalmente si può fare con un tablet PC. Sarà alimentato da un processore a basso voltaggio ARM Cortex A9. La commercializzazione dovrebbe avvenire nel secondo semestre del 2010. Qui un interessante video insieme ad altre foto.
di Redazione, 9/3/2010 [VIA]
Cellulari, stop alla tassa. Rimborsati i Comuni
L'ANCI, Associazione Nazionale Comuni Italiani, ha vinto la battaglia sulla concessione governativa versata in eccesso. «Ora le amministrazioni non dovranno più pagarla. La sentenza non è più appellabile. Sono scaduti i termini, i Comuni hanno vinto la loro battaglia sulla tassa di concessione governativa dei telefonini. Almeno, i primi Comuni del Thienese a presentare ricorso alla Commissione tributaria provinciale (Ctp) di Vicenza. Così, l'Agenzia delle Entrate di Thiene dovrà restituire loro i 60 mila euro pagati indebitamente dal 2006 al 2008, oltre alla cifra versata nel 2009. E non potrà più chiedere alle amministrazioni di versare quella cifra, quei 12,91 euro mensili per ogni cellulare "aziendale" a contratto. Non solo: l'aspetto più importante della vicenda è che le amministrazioni non saranno più tenute, come sottolinea l'avv. Emanuele Mazzaro, a versare la tassa per i prossimi anni. Una vittoria dell'ANCI Veneto, destinata a fare scuola in Italia.
La tassa di concessione sui contratti dei telefonini, 5.16 euro al mese per i privati e 12.91 per enti pubblici, è un caso nazionale. Una tassa che era stata abrogata nel 2003 dal nuovo Codice delle comunicazioni, ma che si continua a pagare. Quei 12.91 euro, secondo l'ANCI, non dovevano più essere versati, perché compresi nell'abbonamento. Però lo Stato ha continuato ad incassarla. Per gran parte dei Comuni, dotati di parecchi cellulari per i dipendenti, la cifra moltiplicata negli anni costituisce una somma consistente. Per questo il direttore regionale dell'ANCI, Dario Menara, aveva tentato con i ricorsi in fotocopia - presentati dall'avv. Mazzaro - da presentare alle sezioni della Ctp. Vincendoli, ha dato da Vicenza l'esempio ai sindaci di mezza Italia. Altre sentenze a favore sono state pronunciate a Milano, Venezia e Pordenone.
La prima sentenza della Ctp di Vicenza era stata depositata il 16 novembre scorso, e depositata all'Agenzia delle entrate di Thiene il 24 dicembre. Ma l'ufficio del Fisco, che aveva due mesi per appellarla alla Commissione regionale, non l'ha fatto. I Comuni sono in attesa che passi in giudicato, ma dovrebbe essere questione di giorni. Ora il Fisco dovrà restituire quei 60 mila euro entro un mese, con gli interessi; se non lo farà, scatterà un nuovo procedimento davanti alla Ctp che dovrà nominare un commissario che materialmente si sostituisca all'Agenzia e paghi i Comuni, con spese sempre a carico della stessa Agenzia.
Le altre conseguenze del passaggio in giudicato della prima sentenza sono che i Comuni si vedranno rimborsare anche i soldi versati nel 2009, e che non dovranno più pagarla in futuro. Di fatto, questa vicenda costituisce un precedente assai significativo, anche se resta da capire se l'Agenzia delle entrate intenda ricorrere contro le altre sentenze (l'ANCI Veneto ha già vinto un'altra decina di ricorsi), pena una sorbola da restituire.
Adesso la domanda logica sorge più che legittima: i cittadini, per norma costituzionale, sono uguali di fronte alla legge. Se i Comuni non devono pagare, perché i cittadini dovrebbero continuare a pagare questo balzello che esiste soltanto in Italia? Chi ricorrerà per primo alla Corte Europea considerato che in Italia i giudici per queste cose non se ne interessano motu proprio?
di Redazione, 8/3/2010 [VIA]
Contro i falsi, i certificati. Digitali L'orologio arriva completo di "ologramma verde anti-contraffazione e di codice seriale di garanzia". A 150 euro, l'unica cosa espressamente esclusa nell'orgogliosa elencazione delle caratteristiche del pezzo è che si tratti di un Rolex vero.
Una delle conseguenze della globalizzazione è la disponibilità di capacità produttiva a basso costo di qualità sempre migliore. Il che vuole dire che i prodotti contraffatti diventano sempre più uguali ai "prodotti veri". Secondo Indicam, l'Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, la contraffazione di prodotti di lusso è una attività criminale che provoca miliardi di euro di danni e distrugge migliaia di posti di lavoro. Secondo altri, il danno della contraffazione in termini di vendite perse è più limitato: chi vuole un Rolex vero, si compra comunque un Rolex vero e chi si compra un Rolex falso, difficilmente lo compra "al posto" di un Rolex vero.
Ciò finché parliamo di "falsi falsi", cioè di oggetti venduti "come falsi" ad una frazione del prezzo dell'originale. Il problema emergente è quello dei "falsi veri", cioè di prodotti falsi - identici o quasi ai veri - venduti come autentici ad un prezzo vicino a quello dell'originale. Qui ci perdono tutti. La griffe, che vede ridursi le vendite, il cliente, che compra per buono un prodotto falso. Per la malavita si tratta invece di un business con un margine pari a dieci volte il prezzo di acquisto - molto più interessante che assoldare "vu cumprà" per vendere patacche a 100 euro l'una all'angolo della strada. Il fenomeno del "falso vero", che sembra contraddire l'idea stessa che il prodotto di lusso è prezioso e inimitabile, pone i marchi di lusso in una posizione ambigua e difficile. La straordinaria crescita dell'industria del lusso di questi ultimi anni - caratterizzata dall'offerta di beni di lusso "di massa" a prezzo più abbordabile - si è inevitabilmente accompagnata allo spostamento di alcune lavorazioni in paesi a basso costo della manodopera. Quindi può accadere che la borsa falsa sia effettivamente indistinguibile dalla borsa vera. La borsa vera, però, deve "pagare" il costo della pubblicità, dei negozi e di tutto quanto è necessario ad alimentare il sogno del lusso. Quella falsa no.
Alcune griffe hanno introdotto sistemi anticontraffazione "tecnologici" (ologrammi, chip RFID a radiofrequenza,...), che però sono solo "per addetti ai lavori" - non servono insomma ad aiutare il compratore a capire se il prodotto che sta per acquistare è vero o falso. Pochissimi clienti sono infatti in grado di distinguere un ologramma "vero" da uno "falso". La soluzione proposta spesso è quella di "acquistare solo presso rivenditori autorizzati e mai su Internet".
La verità è che la sicurezza assoluta la si ha solamente se si acquista in un negozio monomarca di proprietà della griffe. Un rischio, per quanto minimo, che un rivenditore autorizzato si possa comportare in modo disonesto, "mischiando" autentico e "falso vero", esiste sempre.
Inoltre, anche per una griffe, "escludere" Internet come canale di acquisto è fuori dai tempi. Il successo di siti come Eluxury.com e Net-a-porter.com dimostra che i vantaggi di poter comprare da casa valgono anche per l'acquisto di prodotti di lusso. Il bello di un prodotto di lusso è anche che mantiene il proprio valore nel tempo, e che lo posso rivendere se non mi piace più, ovviamente su internet. Che succede se non riesco a venderlo perché non riesco a dimostrare che è autentico?
Una possibile risposta è Purseblog, una "comunità di appassionate di borse" che gratuitamente danno la propria opinione sulla autenticità delle borse offerte su eBay, basandosi sulle foto degli oggetti. Sul blog ci sono quasi 100.000 messaggi relativi a domande su borse di Louis Vuitton.
Un altro approccio, apparentemente ovvio ma che non ha ancora trovato spazio sul mercato, sarebbe quello di associare (attraverso un codice seriale univoco stampato sull'oggetto) un certificato digitale a ciascun prodotto che si vuole proteggere.
Il certificato digitale è impossibile da duplicare o falsificare e può essere facilmente verificato online (o via cellulare) dal possibile acquirente. Il "costo marginale di produzione" del certificato digitale è vicino allo zero, il che vuol dire che sarebbe possibile proteggere anche oggetti di prezzo unitario relativamente basso.
Il vero problema, semmai, sta nella difficoltà a trovare un modo per sposare il sogno che il prodotto di lusso si porta dietro con l'assoluta freddezza dei bit di un certificato digitale.
Per consultare la Gazzetta Ufficiale un tempo (non lontano) il cittadino comune andava nelle numerose biblioteche comunali o se era più fortunato (come localizzazione geografica) poteva accedere - sempre gratuitamente - ad una delle biblioteche nazionali, universitarie o del CNR dislocate nel territorio nazionale. Poi è arrivata la crisi che si è fatta sentire pesantemente anche nel settore della gestione delle biblioteche pubbliche, che comunque continuano a rimanere un punto di accesso importante e gratuito alla cultura. In molte biblioteche pubbliche si poteva accedere agli archivi cartacei delle Gazzette Ufficiali che sono una fonte primaria normativa importante in quanto vi sono pubblicate le leggi dello Stato italiano. Qualche mese addietro un amico mi confidò (abito in Toscana) che il Comune di Firenze ha preferito mandare al macero una collezione delle Gazzette Ufficiali della prestigiosa Biblioteca de La Certosa in quanto sarebbe costato di più gestire la sua ricollocazione... ingenuamente lo rincuorai dicendogli: "Vedrai che con l'avvento del digitale tutte le GU saranno accessibili tramite Internet..." e come mi sbagliavo! Dal sito stesso della Gazzetta Ufficiale italiana si apprende che dal primo gennaio 2009 cessa la diffusione della versione cartacea mentre "a partire dalla stessa data è fruibile gratuitamente per 60 giorni la Gazzetta Ufficiale online" anche se "ricordiamo che l'unico testo definitivo è quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a mezzo stampa, che prevale in casi di discordanza" (!?!). Il passaggio quindi dal cartaceo al digitale - per come è stato attuato - significa la fine della gratuità di accesso ad una fonte di informazione importantissima per i cittadini; non solo, non viene fornita nessuna informazione sui meccanismi di conservazione digitale e soprattutto non vi è dichiarato il rispetto della normativa italiana sull'accessibilità - alla faccia della ristrutturazione del CNIPA e della recente assunzione di alcuni nomi noti dell'accessibilità a rango di super-consulenti governativi, che avevano instillato speranze fra alcuni addetti ai lavori. Solo in Italia riusciamo ad applicare le tecnologie digitali per restringere l'accesso all'informazione invece che ampliarlo!
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