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Firefox guadagna un account manager
Mozilla ha appena introdotto nel
suo incubatore di nuove tecnologie, Mozilla Labs, il progetto
Account Manager,
il cui obiettivo è semplificare l'autenticazione dell'utente sui siti web.
L'organizzazione ha preannunciato che questa tecnologia verrà introdotta in
una delle future release di Firefox.

Account Manager è un add-on sperimentale per Firefox, scaricabile da
qui, che
automatizza il processo di creazione di nuovi account online e permette di
effettuare il log-in o il log-out con un solo click del mouse. Perché ciò
sia possibile, però, gli sviluppatori devono aggiungere ai propri siti
alcune righe di codice necessarie per istruire il browser sul processo di
identificazione dell'utente. Secondo Dan Mills,
Weave Lead Engineer di
Mozilla, questa modifica porta via meno di 15 minuti.
L'add-on
di Mozilla lavora dietro le quinte, riconoscendo automaticamente i siti su
cui l'utente ha già registrato un account e visualizzando un piccolo pop-up
che, se cliccato, autentica immediatamente l'utente. Se per un certo
servizio ci sono più account registrati, Account Manager permette all'utente
di selezionare quello con cui desidera loggarsi in quel momento. Quando
l'utente vuole disconnettersi dal servizio lo può fare sempre dell'Account
Manager, senza più bisogno di andare a cercare in giro per la pagina il
tasto o il link per il log-out.
Mills ha spiegato che il protocollo alla base
di Account Manager è compatibile con gli altri schemi di autenticazione,
quali OpenID e HTTP Auth, e potrà essere liberamente implementato in
qualsiasi browser o applicazione. La speranza di Mozilla è che Account
Manager diventi una tecnologia standard, abbracciata da tutti i vendor di
browser e da tutti i siti web. Per accelerare la sua adozione, la Foundation
conta di integrare Account Manager in Firefox "nel più breve tempo
possibile".
Nel post di Mills è possibile trovare diversi link di approfondimento e un
breve video che illustra il funzionamento di Account Manager.
di Redazione, 6/5/2010
Windows in panne? Fix it!
Microsoft ha rilasciato la beta di un nuovo tool
diagnostico gratuito, che dice capace di trovare e risolvere alcuni fra i
più diffusi problemi relativi a Windows. Sfruttando il nome e il logo già
utilizzati per le correzioni automatizzate Fix it, Microsoft ha creato Fix
it Center: uno strumento gratuito per la diagnostica e la risoluzione dei
più comuni problemi relativi a Windows.
.jpg)
Microsoft Fix it CenterPensato soprattutto per gli utenti consumer e i
piccoli uffici, Fix it Center è in grado di analizzare il software e
l'hardware di un PC e, in base a questo inventario, scaricare
automaticamente i relativi test diagnostici (chiamati troubleshooter).
Attualmente il database di Fix it Center è in grado di rilevare oltre 300
problemi imputabili a Windows o alle sue più diffuse applicazioni e
periferiche.
Per ogni problema rilevato il tool può applicare la relativa soluzione in
modo automatico oppure lasciare all'utente la scelta se intervenire o meno.
Le soluzioni proposte possono essere di varia natura, come il download e
l'installazione di un aggiornamento, la modifica delle impostazioni di
sistema o di un'applicazione specifica, o semplici istruzioni da applicare
manualmente.
I troubleshooter sono raggruppati in diverse categorie, come "Internet
Explorer freezes or crashes", "Playing audio", "Set up TV tuner", "Internet
Connections", "Search and Indexing" e "Power". Ciascuna categoria contiene
diversi controlli diagnostici, alcuni anche piuttosto banali come la
verifica che il volume audio non sia a zero o che la stampante sia accesa.
.jpg)
Molti dei test diagnostici inclusi in Fix it Center fanno già parte di
Windows 7, e grazie a questo nuovo tool vengono ora estesi anche a Windows
XP e Vista. Qualunque sia la versione di Windows utilizzata, Fix it Center
offre comunque il vantaggio di combinare i vari test in una singola
interfaccia e di renderli accessibili anche agli utenti meno esperti.
Il programma funziona anche sotto le versioni server di Windows, dalla 2003
alla 2008 R2.
"Durante l'installazione viene creato un account personale sul portale di
Fix it e qui vengono salvate, sotto il vostro controllo, tutte le
informazioni relative alla configurazione hardware e software del PC" spiega
in questo post Piergiorgio Malusardi, IT Pro Evangelist di Microsoft Italia.
"È possibile associare allo stesso account più PC in modo da avere una
visione unificata dell'insieme del proprio parco macchine".
Fix it Center può essere scaricato dall'omonimo sito di Microsoft in
versione beta e, al momento, nella sola lingua inglese.
di Redazione, 20/4/2010 [VIA]
Firefox abbandona Windows Mobile
Sospeso il progetto per
portare la versione mobile di Firefox su Windows Mobile e Windows Phone.
Stuart Parmenter, capo del settore mobile per Mozilla, ha annunciato la
sospensione a tempo indeterminato del progetto Firefox Mobile per le
piattaforme Microsoft Windows Mobile e Windows Phone. La decisione è stata
presa per via delle incertezze riguardati la possibilità di sviluppare
browser alternativi per la nascente piattaforma Phone.

Il limite principale che impedisce lo sviluppo di Firefox Mobile per
Windows Phone è la decisione di Microsoft di non supportare applicazioni
nativa ma solo programmi basati sull'ambiente runtime Silverlight. Questa
soluzione risulterebbe eccessivamente penalizzante quanto a prestazioni e
flessibilità.
Parmenter ha aggiunto che, in attesa che Microsoft chiarisca le sue
politiche, Mozilla concentrerà i suoi sforzi sulla piattaforma Maemo (per la
quale è già disponibile Firefox Mobile 1.0) ed Android (per il quale lo
sviluppo non è ancora arrivato allo stato di alpha).
di Redazione, 26/3/2010 [VIA]
Google ha lanciato una nuova applicazione
per terminali con S.O. Android denominata Gesture Search.
Google Gesture Search, che
tradotto in italiano significa: Google ricerca gestuale, permette a
coloro che utilizzano il sistema operativo creato dalla stessa Google,
Android, ma soltanto dalla versione 2.0 in poi, di trovare con facilità
le informazioni archiviate nel terminale mobile, come, per esempio,
contatti, applicazioni, canzoni, video, con la semplice scritra della
lettera dell'alfabeto corrispondente, oppure figure connesse.

Un esemio
Per esempio, se desideriamo
trovare quanto abbiamo conservato di Nadia, basterà disegnare la lettera
N come nella foto e l'applicativo Gesture Search farà apparire a video
l'elenco degli elementi multimediali che hanno, in comune, la
caratteristica di avere il nome che inizia per la lettera N.
Per scaricare l’applicazione Gesture Search sul proprio telefonino
Android, è sufficiente accedere all’Android Market. Facciamo notare che,
al momento, l’add-on è stato rilasciato soltanto per la lingua
d'Albione, l'inglese.
di Redazione, 8/3/2010
Toshiba e Keio University: 1TB in uno spazio di un
francobolloLa Keio
University di Tokio, assieme a Toshiba, annuncia il risultato di un progetto
di ricerca e sviluppo che permetterà in un futuro nemmeno troppo lontano di
realizzare soluzioni SSD fino ad 1TB di capienza, dall'impronta
confrontabile a quella di un francobollo.
Nello specifico Toshiba e la Keio University hanno saputo concentrare 128
chip NAND flash ed un controller in un particolare form factor, organizzato
a strati, ottenendo un dispositivo pientamente operativo e con un transfer
rate di 250MB al secondo.
Secondo le informazioni disponibili vi
sarebbero ulteriori punti di forza: il dispositivo realizzato avrebbe
infatti dimostrato un efficienza energetica maggiore del 70% rispetto ad un
tradizionale SSD, e risulterebbe inoltre molto più economico da produrre.
Le due realtà affermano che il prototipo realizzato e in condizioni tali da
consentire una produzione commerciale nel giro dei prossimi due anni:
Toshiba e la Keio University hanno indicato il 2012 come l'anno di possibile
immissione sul mercato di prodotti basati su tale tecnologia.
di Redazione, 13/2/2010
L'impronta
digitale del nostro browser
Grazie a due
strumenti online è possibile tracciare la firma digitale del nostro browser
e scoprire molte delle sue caratteristiche non scontate.

Eff Panopticlic è uno strumento online messo gratuitamente a
disposizione dall'Electronic Frontier Foundation per capire quali tracce
personalizzate si lasciano navigando sul cyberspazio.
Molte delle informazioni sono rese grazie alla disponibilità della nota
piattaforma BrowserSpy.dk in grado di velare con pochi click la velocità del
nostro browser, il suo indirizzo Ip e moltissime altre informazioni sulle
sue caratteristiche e funzionalità.
di Redazione, 12/02/2010
Introduzione
Abbiamo avuto il piacere di parlare con Joanna Rutkowska, una
protagonista indiscussa nel settore della sicurezza digitale, fondatrice
e amministratrice di Invisible Things Lab (ITL), una società di
consulenza e di ricerca di alto profilo.
TH: Grazie per aver trovato un
po' di tempo per parlare con noi, Joanna. Cominciamo dagli elementi
fondamentali: sei riuscita a costruirti un ruolo importante nel mondo
della sicurezza, grazie alla tua esperienza sugli attacchi invisibili,
come i rootkit, e più recentemente scoprendo delle vulnerabilità su
macchine virtuali e a livello hardware. Prima di entrare in questi
dettagli, ci racconti qualcosa di più su di te?

Joanna: Sono una ricercatrice che
si occupa di sicurezza a livello di sistema, come nel
kernel, nell'hypervisor, nel chipset,
e così via. Ricercatrice, non cacciatrice di bug o tester. Sono più
interessata ai problemi fondamentali piuttosto che a bug specifici che
creano problemi a software specifici. Per esempio, può il sistema
operativo offrire una qualche sicurezza, anche se un'applicazione, come
per esempio Adobe Reader o IE, è compromessa? Io credo nella "sicurezza
tramite isolamento". Ho pensato anche agli affari, e fondato
Invisible Things Lab
(ITL), una società di ricerca e consulenza. Sono molto orgogliosa della
squadra che sono riuscita a creare in azienza, che include Alexander
Tereshkin e Rafal Wojtczuk, due dei migliori ricercatori nel campo della
sicurezza dei sistemi. Recentemente mi sono sempre più allontanata dal
ruolo di "debugger", per avvicinarmi ad uno di più alto profilo,
necessario per gestire il lavoro della squadra. Mi piace, in effetti,
fare il dirigente. TH:
Essere il capo è una buona cosa, ma come hai cominciato a occuparti di
ricerca? Joanna:
È passato così tanto tempo che nemmeno me lo ricordo!
TH: Proviamo con una domanda più
facile. Qual era il tuo primo computer, e qual è il tuo primo ricordo
sul tema della programmazione.
Joanna: Era un
PC/AT 286, con
l'incredibile velocità di 16 MHz, se ricordo bene, e aveva anche 2 MB di
RAM (ma credo che fosse dopo un aggiornamento della scheda madre). Avevo
undici anni quando ho cominciato a giocarci, e quasi immediatamente sono
partita con GW-BASIC, e dopo un anno o giù di lì sono passata al Borland
Turbo Basic, che era davvero fantastico, con una bellissima interfaccia
grafica e la possibilità di creare davvero degli eseguibili.
TH: Com'è la settimana tipo nei
vostri uffici? Joanna:
Siamo orgogliosi di essere un'azienda
moderna, e non abbiamo uffici fisici. Ognuno lavora da casa sua, e ci
scambiamo i materiali con mail protette da crittografia. Non esiste
niente di simile ad un orario predefinito, tipo 09.00-05.00. Il nostro
lavoro richiede molta creatività, e sarebbe stupido forzare qualcuno ad
un orario. Per me, personalmente, è particolarmente importante fare un
pisolino al pomeriggio. Non sono efficiente se non ho dormito a
sufficienza. Non ho mai lavorato in un ufficio.
TH: Beh, allora puoi dirci come
il vostro cliente tipico?
Joanna: I nostri servizi sono
pensati per chi vende i sistemi.
TH: Quindi per esempio i
produttori di BIOS e le aziende alla ricerche di ambienti sicuri?
Joanna: Io enfatizzerei la parola
"venditore" in questo caso, perché noi siamo molto interessati nella
possibilità di cambiare la tecnologia. Secondo me l'evoluzione naturale
della ricerca è offrire critiche costruttive e proposte di cambiamento,
per migliorare le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi. Quindi
vorrei lavorare sia con i venditori di hardware (CPU/Chipset) che con il
software (BIOS/OS), proprio perché alcune delle migliori nuove
tecnologie funzionano al meglio solo se abbinate a software sviluppato
appositamente. TH:
Qual è la configurazione del tuo sistema principale?
Joanna: Il mio desktop principale
è un Mac Pro a otto-core (2
Intel Xeon a 2,8 GHz) con 16 GB di RAM
e un bellissimo schermo Apple da 30". È la macchina più bella che ho mai
avuto, sia per quanto riguarda l'estetica che l'esperienza della GUI.
Uso anche un MacBook un po' più datato (Santa Rosa,
Core 2 Duo a 2,2 GHz, 4 GB di RAM)
come macchina per usi generali. Ho rinviato l'acquisto di un MacBook
unibody per aspettare il supporto a più di 4GB di RAM (almeno per la
versione da 15", che preferisco). L'hardware Mac, in ogni caso, ha
ancora dei punti deboli importanti: la mancanza di TPM, TXT, VT-d e il
sistema OS X. Cerco di aggirare i limiti con la virtualizzazione, quando
è possibile. Uso anche alcuni PC, sia
portatili che
desktop, e devo dire che continua a sorprendermi constatare quanto sono
brutti, accanto ai Mac. Una delle poche eccezioni è il Voodoo Envy 133,
e spero che lo aggiornino presto con un nuovo chipset, perché potrebbe
davvero diventare un acquisto interessante.
TH: Ultima domanda introduttiva.
Qual è il tuo hobby non tecnologico favorito?
Joanna: Un passatempo non tech?
Hmm, immagino che non conti programmare un robot a sei gambe autonomo
basato su due micro controller AVR a 8-bit.
Storia sintetica del malware
TH: La maggior parte delle tue
ricerche si concentra sugli aspetti più estremi e delicati allo stesso
tempo della sicurezza informatica. Vorremo offrire ai nostri utenti una
breve introduzione storica, con il tuo aiuto. All'inizio i virus erano
semplici parassiti che colpivano file eseguibili …
Joanna: Qui potrei
protestare sul termine "semplici". Alcuni di quei file, infatti, erano
decisamente molto complessi, come quelli basati sul motore Mistfall,
creato da Z0mbie.
TH: Pensiamo all'epoca
precedente a DarkAvenger/MtE.
A cose come Friday the 13th/Jerusalem.
Pensando a quel codice, i virus per il settore di avvio erano
probabilmente il primo salto evolutivo del malware, seguito poi dalla
generazione MtE. Probabilmente quello era il momento di riconoscere che
la sicurezza "signature based" aveva delle limitazioni. Il salto
generazionale successivo dovrebbe essere qualcosa come i virus Macro.
Non tanto perché rifletteva la sicurezza multi-piattaforma, che già era
un'idea nuova, ma perché rifletteva l'evoluzione del malware e un nuovo
modo di vederlo. S'introduceva un nuovo modo di diffondere il malware,
che sfruttava la nuova diffusione di massa dei
computer e la condivisione dei
documenti, un'attività sempre più comune. Più importante ancora,
tuttavia, era il dogma secondo il quale i file di dati non potevano
infettare un sistema, ma c'erano prove che invece era possibile. Si
sentono, ancora oggi, affermazioni come "fino a che non apri gli
allegati nella posta, sei al sicuro", oppure "se ha tutti gli
aggiornamenti e le patch, sei al sicuro", o persino "se usi un Mac, sei
al sicuro". Una delle nostre frasi preferite è "Non fatevi ingabbiare da
un dogma, perché è come pensare con la testa degli altri", che ha detto
una volta Steve Jobs. Non sappiamo dove
collocare altri punti fondamentali dell'evoluzione del malware. La
capacità d'integrazione del codice di ZMist è probabilmente un salto
generazionale, ma non è certo "l'inizio".
Tornando alla nostra storia, quando si eseguiva un file infetto, il
virus restava nella memoria, e collocava una copia di sé stesso nel
programma successivo che veniva eseguito. Se non si eseguiva mai il file
pericoloso, il sistema non si sarebbe mai infettato. Per fare un nuovo
passo avanti, serviva il virus per il settore di avvio, che sfruttava
l'avvio del
PC per caricare
il virus ancora prima del sistema operativo, rendendo possibile la
manipolazione di ogni tipo di dati. Questa tecnica era uno dei primi
metodi "invisibili" per infettare i computer.
Joanna:
Non è del tutto corretto. Ai tempi del DOS non c'era nessuna nozione di
protezione della memoria, quindi non c'era bisogno di caricare il virus
prima del sistema operativo per controllare quest'ultimo. Era possibile
controllare il SO anche con un caricamento posteriore.
TH: Certo, ma se si ha un
antivirus installato e attivo
permanentemente, caricare il virus dopo l'antivirus lo renderebbe
visibile. L'approccio da settore boot permette di prendere il controllo
del sistema prima che intervengano i sistemi di protezione, giusto?
Joanna: Giusto.
TH: Bene, andiamo avanti
allora. Windows ME e altri sistemi operativi basati su DOS contavano
sulle capacità del BIOS per gestire l'accesso al disco, ma
Windows NT ha cambiato questa
consuetudine.
Joanna: Non bisogna
confondere il DOS con Windows 95/98/ME. I sistemi Windows avevano una
modalità protetta, e c'era la nozione di protezione della memoria. Sono
anche piuttosto sicura del fatto che i sistemi Win95 non usassero i BIOS
interrupt, ma piuttosto drivers per gestire PIO/MMIO, come i sistemi
moderni.
TH:
Credevamo che, una volta avviato Windows NT, la modalità protetta e i
driver relativi potessero saltare il BIOS, fermo restando che un virus
sul settore di avvio potrebbe comunque fare dei danni, come formattare
il disco rigido prima dell'avvio di Windows. Con questa protezione,
anche con un BIOS compromesso da un virus per il settore boot, la
modalità protetta assume un'importanza maggiore e permette di superare i
pericoli del BIOS?
Joanna: Non esattamente. È stato
dimostrato diverse volte (per esempio dal BootRoot di Eeye) che è
possibile per un malware avviato dal settore di avvio di superare le
protezione del sistema operativo, e colpire l'avvio di Windows.
TH: Forse dovremmo
rivedere il testo finale, e pubblicare qualcosa nel quale sembriamo più
competenti. Contiamo sulla tua confidenzialità, per questo?
Joanna: Potete contarci.
TH:La maggior parte dei
nostri contenuti sono prodotti all'interno della nostra redazione, ma
interviste come questa ci permettono di esplorare aspetti del mondo
tecnologico che altrimenti resterebbero marginali, e di imparare sempre
cose nuove. Passiamo quindi velocemente ai giorni nostri: i rootkit oggi
si considerano all'ordine del giorno, e sono un tipo di programma per
permette di attivare funzioni a livello amministrativo. Un rookit a
livello utente, invece, influenza un singolo programma, come per esempio
Internet Explorer o Flash, e un'antivirus è in grado di riconoscerlo e
fermarlo.
Joanna:
Più precisamente, i rootkit utente sono malware che operano in Ring 3
(modalità utente). Non è limitato ad una singola applicazione, e in
molti casi potrebbe colpire tutti i processi utente, come faceva il
famoso Hacker Defender, e anche i processi di sistema. Un processo di
sistema infatti può essere, ed è in molti casi, un processo utente, ed è
quindi più vulnerabile.
BluePill, la pillola blu

TH: Il rootkit di "livello
kernel" è quello che riceve più
attenzioni dai media. Questo tipo di malware compromette direttamente il
kernel del sistema operativo e, visto che non c'è nulla con un accesso
più alto, non c'è modo di "guardare giù" e cercare il virus. Con un
rootkit per kernel, quindi, un antivirus può facilmente essere eluso
senza che nessuno se ne accorga.
Joanna: Esatto, il
vantaggio dei rootkit a livello kernel, rispetto a quelli a livello
utente, è diventato palese dopo che i vari
antivirus hanno
cominciato ad introdurre moduli che agisicono a livello kernel, che
permettono le cosidette funzioni antirootkit. Avere due elementi (un
rootkit e un antivirus) con gli stessi privilegi (livello 0) non implica
che entrambi vincano, a lungo termine. In effetti, la verità è che c'è
sempre un pareggio, a lungo termine: per il malware è sufficiente
sopravvivere qualche settimana, o anche solo qualche giorno, per
raggiungere i suoi obiettivi.
TH: Si credeva che il
rootkit per kernel fosse il metodo di attacco con il maggior potenziale
di invisibilità e danneggiamenti …
Joanna:
No, non lo è mai stato. Sin dai primi tempi in cui questi rootkit sono
comparsi gli utenti hanno trovato risposte adeguate, vale a dire
programmi in grado d'identificare i malware conosciuti.
Alan: Con
un rootkit per kernel, è come tornare all'epoca del DOS. Puoi trovare un
anti-rootkit fantastico, ma poi può saltare fuori un rootkit migliore,
in versione n+1, capace di vincere lo scontro, e la cosa potrebbe andare
avanti all'infinito. Un sistema operativo ben progettato, invece,
obbliga i cattivi ad agire a livello utente, e l'amministratore può
giocare il ruolo della guardia, a livello kernel. Così si ha sempre il
coltello dalla parte del manico, di fronte al software pericoloso, e
l'unico modo per andare oltre, e sfruttare un qualche bug per arrivare
al Ring 0.
TH:
Quindi il punto è avere un livello di accesso che sia almeno un livello
superiore rispetto all'avversario. Più piccolo è il numero, più forti
siamo. A questo punto ci puoi parlare degli exploit "Ring -1", e della
tua "pillola blu"?
Joanna: Ring -1 è un nome
informale, coniato quando AMD e Intel introdussero la
virtualizzazione a livello di CPU,
circa tre anni fa. Quelle nuove tecnologie introdussero un nuova
modalità operativa, chiamata "root mode" o anche "host", in base al
produttore. A livello informale, questa novità è stata chiamata "Ring
-1", per sottolineare il fatto che l'hypervisor ha più privilegi del
kernel del sistema operativo, tradizionalmente a livello Ring 0. Ho
scritto BluPill nel 2006 per dimostrare come la tecnologia di
virtualizzazione a livello hardware può offrire un'occasione per creare
malware molto sofisticato: è possibile creare un hypervisor invisibile
e, senza grossi ostacoli, spostare il sistema operativo principale in
una macchina virtuale, controllate dall'hypervisor maligno. Supponiamo
di avere un software per controllare l'integrità del sistema, capace di
verificare l'integrità del codice del kernel, strutture di dati e
puntatori di funzioni, per controllare se uno di questi elementi è stato
compromesso. Anche uno
scanner così, del tutto ideale, non
sarebbe capace di individuare malware come BluPill. Questo perché, a
differenza dei rootkit kernel precedenti, BluPill non tocca nulla del
kernel o dei dati. Quello che fa è installarsi sopra al kernel, senza
bisogno di fare modifiche. Un altro elemento unico di BluePill, che lo
rende davvero unico nel suo genere, è che supporta la virtualizzazione
"a nido" (nested). Si può caricare BluePill e poi, dentro alla macchina
virtuale creata, avviare un normale hypervisor, come Xen o Virtual
PC. Potete
persino caricare diverse istanze di BluePill una dentro all'altra. In
effetti, sono piuttosto orgogliosa dei risultati che ho ottenuto.In
molti hanno cercato di dimostrare che BluePill è individuabile, con
diversi software scritti apposta. Il principio generale era che bastasse
individuare un processo di virtualizzazione per poter dire di trovarsi
dentro a BluePill.Qualche hanno fa, in effetti, si poteva fare
un'affermazione simile perché non c'erano altri prodotti che usassero la
virtualizzazione a livello hardware. Chiaramente, però, se diamo retta a
questa impostazione potremmo anche dire che se un eseguibile attiva o
usa connessioni di rete, allora deve essere per forza l'elemento di una
botnet.
TH:
Proviamo a chiarire: se io sto usando una macchina virtuale legittima e
ho accesso a tutti gli strumenti del caso, mi stai dicendo che non ho
modo di sapere che il gestore della macchina virtuale, l'hypervisor, è
stato compromesso da BluePill? Posso usare lo strumento per individuare
la virtualizzazione, ma mi dirà solo quello che già so, cioè che è
attiva un macchina virtuale?
Joanna:
sì, individuare la virtualizzazione e capire se una macchina virtuale è
compromessa sono due cose diverse.

TH:
Quindi l'unica ragione per cui le strategie di individuazione
funzionano è il fatto che, in teoria, nel mio sistema non ci dovrebbero
essere macchine virtuali attive, quindi se ne viene rilevata una, posso
supporre che ci sia un problema, giusto?
Joanna: In teoria puoi investire
del tempo per creare le istruzioni necessarie per le misurazioni anche
in caso siano presenti macchine virtuali a nido, per scoprire se ce n'è
una che non dovrebbe esserci. Lo abbiamo mostrato al Black Hat l'anno
scorso, aggiungendo BluePill all'hypervisor Xen. Ma è un approccio molto
rischioso e complesso, che dipende molto dall'implementazione
dell'hypervisor (quello legittimo). Bisogna esserne ben consapevoli di
tutti i parametri per riuscire a "separare i segnali dal rumore", e
trovare quello che stiamo cercando. Credo che un approccio simile per
risolvere il problema del malware simile a BluePill, anche se si presta
bene alla speculazione, sarebbe un vicolo cieco. Non credo che vedremo
circolare malware come BluePill nei prossimi tempi, ma solo perché il
malware "vecchio stile", che colpisce a livello
kernel funziona ancora alla grande.
L'industria degli antivirus è un disastro per quanto riguarda
l'individuazione e le prevenzione contro questo tipo di minaccia. Quindi
chi sviluppa malware ha pochi incentivi a fare un nuovo passo evolutivo
verso tecnologie più complesse. Naturalmente noi ricercatori non
aspettiamo che i cattivi facciano la prossima possa, e stiamo già
pensando a come evitare che questo malware, ancora potenziale, possa
arrivare a diffondersi. Una possibile soluzione è la tecnologia Intel
TXT (Trusted Execution), anche se in verità siamo già riusciti ad
aggirarla qualche mese fa, in occasione del Black Hat DC.
Superare le protezioni hardware
TH: Con "red pill",
invece, hai mostrato come sia possibile capire se un'applicazione sta
girando dentro a "The Matrix", cioè l'ambiente virtualizzato nascosto di
BluePill. Nella tua dimostrazione, sembra che basti usare l'istruzione
SIDT per esaminare i dati IDTR.
Joanna:
C'è una differenza tra individuare una virtualizzazione qualsiasi
rispetto ad uno specifico hypervisor, come BluePill. RedPill cerca
virtualizzazioni basate sul sofware, e infatti usavamo prodotti VMWare,
prima che AMD e Intel introducessero le loro tecnologie, nel 2006. La
prima versione di RedPill risale al 2004, e non era in grado
d'individuare la virtualizzazione a livello hardware. Altri ricercatori
hanno presentato strumenti capaci, a volte, d'individuare la
virtualizzazione a livello hardware, nel 2006 e nel 2007, dopo la mia
prima presentazione di BluePill al Black Hat (nel 2006).
TH: Quattro anni e mezzo dopo,
quindi, abbiamo al possibilità di identificare le macchine virtuali,
grazie a strumenti avanzati, ma il concetto resta lo stesso.
Joanna: Sì, questo accade
perché anche se praticamente ogni macchina in commercio oggi supporta
VT-x alcuni prodotti usano ancora la virtualizzazione software. Credo
che VMWare
Workstation la usi ancora con i
sistemi a 32-bit. I nuovi identificatori di virtualizzazione, la
prossima generazione di RedPill, possono riconoscere la virtualizzazione
VT-x o AMD, ma in genere sono "timing based" o "caching based".
TH: Se sei nella squadra
dei buoni, probabilmente ti preoccupa il malware con accesso di livello
Ring -1. Identificare la presenza di una macchina virtuale, quindi, può
essere un aiuto importante. Se non ci dovrebbero essere macchine
virtuali attive, dopotutto, trovarne una è un ottimo campanello di
allarme.
Joanna:
Certo, ma non dimentichiamo che la virtualizzazione sta diventando un
fenomeno di massa, usata persino su sistemi desktop Xen Client
Initiative (conosciuto anche come Project Independence) o Phoenix
HyperCore.

TH: Detto questo, se fossi
uno dei cattivi, potresti alterare i risultati per mantenere nascosto il
malware? Se l'antivirus vedesse un'applicazione che richiede l'IDT e la
successiva linea di codice è "il risultato comincia con 0xc0 o 0x80",
altererebbe i risultati. Come ci possiamo proteggere da questo tipo di
attacco?
Joanna: Non si può. Questi
attacchi però partono dal presupposto che l'attaccante conosca il codice
del programma usato per l'individuazione. In altre parole, dovrebbe
avere un
database con tutti i possibili codici
d'identificazione, e conoscere quali frammenti di codice dovrebbero
essere ingannati, così da far credere all'applicazione che non ci sia
virtualizzazione. Questi sono attacchi specifici per certe
implementazioni, ma si adattano male ad un uso generale. Il loro uso non
è necessariamente legato alla virtualizzazione invisibile, quanto
piuttosto alla disabilitazione di popolari programmi antivirus. Dal
punto di vista dai buoni, purtroppo, non c'è modo di prevenire attacchi
del genere se si lavora con privilegi uguali o minori a quelli usati dal
malware. Ecco perché gli antivirus stanno perdendo la battaglia con i
rootkit a livello
kernel, che
spesso sono in grado di disabilitare la modalità kernel dell'antivirus,
almeno per i prodotti più conosciuti, proprio perché sono famosi, e
facili da analizzare e neutralizzare. Quando c'è una nuova versione di
un antivirus anche tutto il malware deve essere aggiornato,
naturalmente, e quindi si tratta di una corsa senza fine, dove i
criminali si divertono e si arricchiscono, così come i produttori di
antivirus. L'obiettivo, proteggere gli utenti, non è però mai raggiunto
veramente.
Superare le protezioni hardware, continua
TH:
E c'è chi si arricchisce su entrambi i fronti, proprio come i mercanti
d'armi. Alcuni malware attuali sono progettati per fermare tutte le
azioni sospette se si trovano dentro a una macchina virtuale. In questo
modo l'autore del codice cerca di evitare che i ricercatori come te
possano individuare il malware e le sue caratteristiche, o almeno
tentano di renderlo un lavoro più difficile. Il malware cerca di
sfruttare la IDT (Integrated Device Technology) nella memoria di alto
livello, dove possiamo trovare anche i sistemi operativi. D'altra parte,
però, l'autore del malware non ha modo, con questo metodo, di sapere se
ha colpito un utente inconsapevole che sta sfruttando queste tecnologie
(che però sarebbe quantomeno insolito), oppure un abile ricercatore che
gli ha teso una trappola.
Joanna: Gli autori di malware
capirebbero rapidamente che non vale più la pena di evitare i sistemi
virtualizzati, e ci ritroveremmo al punto in cui siamo oggi.
TH: Al momento tu però sei
un passo avanti, perché il malware non può nascondersi dentro ad una VM.
In un certo senso, la tua proposta riduce il tempo necessario a trovare
le soluzioni, giusto?
Joanna:
Come dicevo prima, questo modo di pensare è un po' ingenuo. In verità
questo approccio non offre protezione a lungo termine.
TH: Ok, la
tua squadra però non si è fermata al livello Ring -1. Cosa succede a
Ring -2? Joanna:
In effetti il malware a livello Ring -1 è del 2006! Ogni CPU x86 ha un
cosa chiamata System Management Mode (SMM), che in sé non è nulla di
nuovo, visto che è stata presentata con i processori 80386. Ciò che lo
rende interessante, oggi, è che quando fu aggiunta la virtualizzazione
ai processori, è emerso che il sistema SMM aveva privilegi maggiori di
quelli introdotti con la virtualizzazione, cioè Ring -1, dati
all'hypervisor. S'introdusse quindi il concetto di livello Ring-2, per
enfatizzare la loro maggiore potenza, rispetto a Ring-1. Il nostro
gruppo, in ogni caso, non è stato il primo a sfruttare la SMM. Nel 2006,
infatti, Loic Duflot presentò un attacco contro OpenBSD che usava la
modalità SMM, sfruttandola come strumento, non come obiettivo.
All'epoca, in effetti, era normale che la SMM non fosse protetta in
alcun modo sulla maggior parte dei sistemi, quindi se si aveva un
accesso di root (kernel
mode), era possibile iniettare codice liberamente ed eseguirlo con i
privilegi, altissimi, della SMM. Per fortuna, tuttavia, c'èra comunque
bisogno di privilegi di root per sfruttare questo meccanismo. Poi i
produttori hanno cominciato a proteggere la SMM. C'è una parte della
DRMA usata per ospitare il codice eseguito in SMM, chiamata SMRAM, alla
quale sono state applicate speciali protezioni tramite il chipset
(tramite il Memory Controller
Hub, per essere precisi). Sulla
maggior parte dei sistemi moderni, quindi, non è facile eseguire del
codice con privilegi SMM. Bisogna trovare un bug nel chipset o nel BIOS
per farlo (anche con accesso kernel). All'ultimo Black Hat di Las Vegas
Sherri Sparks e Shawn Embleton hanno presentato un rootkit SMM, ed era
chiaro che il rootkit poteva essere caricato solo su sistemi vecchi,
precedenti al 2006. Nei giorni successivi, curiosamente, vedemmo
diverse comunicazioni inerenti ad attacchi a Xen, e parlammo di un bug
nei BIOS di Intel che permetteva l'esecuzione di codice arbitrario in
modalità SMM. Credo che sia stato il primo bug di questo tipo di cui si
è parlato pubblicamente; da allora abbiamo trovato altri modi di
aggirare la protezione della SMM su molti sistemi. Alla fine del 2008,
per esempio, abbiamo scoperto che molti sistemi Intel (e potenzialmente
anche altri BIOS) erano vulnerabili, e abbiamo usato la falla per
aggirare la Intel TXT al Black Hat DC di febbraio. Questo bug non è
ancora stato risolto, e non è l'unico. Ne abbiamo trovato un altro nella
semantica di caching usata dalle CPU Intel, confermato anche da Loic
Duflot, con cui ci siamo accordati per la pubblicazione contemporanea
della documentazione relativa.In conclusione, i rootkit SMM (o rootking
Ring -2) hanno bisogno di un accesso alla memoria SMM, che è molto ben
protetta sui sistemi moderni, quindi un attaccante dovrebbe trovare e
usare exploit davvero molto complessi, anche per i più bravi di noi.
TH:
Questi attacchi SMM sono legati ad hardware specifico?
Joanna: In
generale sono limitati a certe versioni di certi BIOS, o famiglie di
BIOS, e anche a famiglie di chipset.
Il malware può flashare il BIOS?

TH: Un programma maligno
potrebbe aggiornare (flashare) il BIOS?
Joanna:
No! C'è stata molta confusione negli ultimi mesi. Alcuni credono che gli
attacchi SMM siano automaticamente in grado di aggiornare il BIOS, ma
non è vero. C'è stata una presentazione, non molto fortunata in verità,
all'ultimo CanSecWest, fatta da due ricercatori di Core, su "Infezioni
resistenti del BIOS". Ho visto le loro diapositive, e facevano sembrare
che avessero trovato un modo di aggiornare il BIOS, e che non ci fossero
protezioni possibili contro questo attacco. Nulla di più lontano dalla
verità. Per cominciare hanno scelto di colpire BIOS di fascia bassa: un
Award BIOS e anche un BIOS VMWare (che di per sé non conta molto, visto
che non è un vero BIOS). Questi due BIOS non richiedevano che gli
aggiornamenti includessero la firma digitale del produttore, quindi non
era particolarmente difficile aggiungerci del codice nona autorizzato.
La maggior parte dei BIOS moderni, invece, accetta solo firmware
certificati come aggiornamenti, ed è una cosa che succede da anni, che
non ha nulla a che fare con la TPM o altre tecnologie Trusted
Computing.Questa situazione non è molto buona per noi, perché al
prossimo Black Hat Rafal e Alex presenteranno dei veri attacchi che
aggiornano il BIOS, che includono l'aggiramento della protezione dei
BIOS Intel. È una cosa molto complicata, e il vero exploit è davvero un
capolavoro. Dubito, però, che il malware potrebbe cominciare a sfruttare
attacchi simili, che sono semplicemente troppo complessi, e devono
essere adattati ad ogni BIOS. Dal punto di vista della ricerca, però, si
tratta di un passo avanti molto importante, con un potenziale impatto
enorme, che potrebbe diventare praticamente permanente, su una macchina
infetta.

TH: Non vediamo l'ora.
Parlaci degli attacchi Ring -3.
Joanna: È una cosa del
tutto nuova, e molto complicata. Potrebbe dare ancora più potenzialità
ai rootkit SMM. Com'è possibile ottenere privilegi ancora maggiori
rispetto a quelli della SMM? Purtroppo non posso dirvi molto ora, se non
che siamo in contatto con Intel riguardo la vulnerabilità che abbiamo
trovato, e che loro sono già al lavoro su una patch che dovrebbe essere
disponibile a breve.
TH: Cosa puoi dirci
dell'HyperCore?
Joanna: HyperCore è un
hypervisor leggero per i
portatili sviluppato da Phoenix
Technologies. Siamo stati assunti da Phoenix per fare ricerche su
diverse tecnologie che potrebbero, potenzialmente, servire a rendere più
sicuro questo prodotto. Non posso parlare liberamente di questa ricerca,
come d'abitudine in questo settore.
TH: Gran parte delle tue
ricerche, fino ad ora, consistono nell'avvicinarsi sempre di più alla
CPU. Cosa ci dici dell'approccio contrario, cioè avvicinarsi all'utente.
Se fosse possibile, per esempio, impossessarsi della memoria della GPU,
sarebbe possibile visualizzare una falsa richiesta di password e
spingere l'utente ad inserire dati sensibili. Oppure si potrebbe entrare
nel controller USB, e usare per registrare ciò che viene digitato sulla
tastiera. Cosa ne pensi?
Joanna:
Credete che avvicinarsi alla CPU significhi allontanarsi dall'utente?
Davvero? La CPU è il centro del sistema, ogni utente la usa, ogni
programma, tutti i dati passano da lì. È l'elemento del sistema più
vicino all'utente che si possa immaginare. È nella CPU che i dati
vengono decodificati, se protetti da crittografia, e sono eseguite tutte
le azioni. TH:
Non è insolito pensare che la
GPU sia "più vicina all'utente", se si
pensa alla grafica 3D, al GPGPU, e ai tanti utenti che hanno l'hobby del
fotoritocco. È un po' come dire "occhio non vede cuore non duole".
Joanna:
Consideriamo la possibilità di sfruttare la memoria della GPU: non
sarebbe una soluzione molto pratica per chi scrive malware, perché le
password sono visualizzate come asterischi, ed è questo che vede la GPU!

Strategie di difesa
TH: A meno che non si stia
usando un
iPhone, con cui le password non sono
coperte da asterisichi. Scusa l'interruzione …
Joanna: Sfruttare la
tastiera o il controller USB, invece,
sarebbe una strategia valida, ma funzionerebbe solo in scenari molto
semplici, come quelli rappresentati da siti bancari che usano pratiche
di sicurezza scadenti. Un attacco migliore, dal punto di vista del
malware, sarebbe colpire semplicemente il browser; il difetto principale
di questo approccio, invece, starebbe nel fatto che un antivirus con
privilegi kernel potrebbe individuarlo, almeno in teoria, perché in
realtà fanno tutti pena. Un altro problema di questo approccio potrebbe
essere un utente un po' più attento della media, che usa browser diversi
per le sue attività quotidiane, e magari li tiene dentro a una macchina
virtuale, e uno dedicato per l'online banking. In questi casi non
sarebbe facile colpire il browser che usa per accedere alla banca, e ci
vorrebbe un po' di lavoro aggiuntivo. La ragione per la quale ci
concentriamo su attacchi di basso livello basati sull'hardware è che
siamo convinti che un sistema sicuro deve essere costruito su fondamenta
solide, altrimenti le pratiche di sicurezza non avrebbero senso. Questo
è specialmente vero se si crede, come me, all'approccio "Sicurezza
tramite l'isolamento". (Potete leggere un post specifico di Joanna qui:
http://theinvisiblethings.blogspot.com/2008/09/three-approaches-to-computer-security.html)
TH: Ma perché concentrarsi
su un solo approccio. Un sviluppatore non dovrebbe lavorare sul
principio di "Sicuro per progettazione ", e poi declinarlo in quello di
"Sicurezza per isolamento".
Joanna: Certo, ma dovremmo
progettare i nostri sistemi a partire dall'idea che ogni applicazione
può avere dei bug, e il SO dovrebbe essere in grado di proteggere le
altre applicazioni da quelle malfunzionanti o malevole.
TH: Puoi darci qualche
consiglio pratico? La maggior parte delle tue ricerche riguarda aspetti
estremi della sicurezza, e attacchi molto sofisticati, e la maggior
parte del malware in circolazione nemmeno si avvicina a certi livelli.
Cosa consigli ai nostri lettori per rendere più sicuri i propri sistemi.
Joanna:
Si tratta di una domanda molto generica, ed è difficile dare un'unica
risposta che soddisfi tutti i bisogni.

TH: Che cosa fai per i
tuoi sistemi di uso quotidiano?
Joanna: Come dicevo, credo
nell'approccio dell'isolamento. Il problema è che tutti i sistemi
operativi più popolari, Windows, Mac OS e Linux, non offrono un
isolamento accettabile per le applicazioni. Questa situazione è la
conseguenza di
kernel monolitici pieni zeppi di
driver di terze parti che hanno gli stessi privilegi del kernel. Come
risultato, è relativamente facile, per un'applicazione malware,
introdursi nel kernel e aggirare tutte le impostazioni di sicurezza del
sistema operativo. Cerco quindi di migliorare questo debole isolamento
con la virtualizzazione. Uso diverse macchine virtuali per eseguire
diversi tipi di browser, che uso per diverse attività. Così mi ritrovo
con una VM "Rossa" per la navigazione quotidiana, cioè le attività poco
sensibili, come la lettura di notizie, le ricerche, etc., una"Gialla"
per cose di media criticità, come lo shopping, l'aggiornamento del blog,
e simili, e infine una VM "Verde" per le cose delicate, cioè l'accesso
al conto bancario. Non m'importa molto dei rischi che ha la VM "rossa",
e infatti la ripristino ogni settimana. Curo un po' di più quella
gialla, per esempio disattivando gli script nel browser, fatta eccezione
per alcuni siti che m'interessano davvero. Qualcuno potrebbe usare un
strategia "man-in-the-middle" (MITM) su una connessione HTPP inserita
tra quelle permesse, e iniettare del codice pericoloso, ma, trattandosi
della macchina "gialla" me lo posso permettere. La macchina "verde",
invece, ammette solo
connessioni sicure HTTPS da e verso il
sito della banca. È molto importante assicurarsi che questa macchina usi
solo connessioni HTTPS per ridurre il potenziale pericolo degli attacchi
MITM, che potrebbero verificarsi, per esempio, con il WiFi di un
albergo.Uso queste impostazioni da un po' di tempo, e devo dire che mi
ci trovo piuttosto bene. La mia compagna, che non ha nulla a che vedere
con la tecnologia, usa impostazioni simili sul suo
Mac, e ci si trova bene. Immagino che
non sia una cosa troppo tecnica, dopotutto.
C'è qualche altro dettaglio che va preso in considerazione, riguardo a
queste impostazioni, per esempio la gesione degli aggiornamenti, l'uso
della clipboard, il trasferimento di file, dove tenere il client di
posta, perché usare la VM verde solo per tenerci un browser, e altre
ancora. Immagino però che questa non sia la sede adatta per parlare di
tutti i dettagli, altrimenti questa intervista diventerebbe una guida.
In ogni caso, non posso dire di essere del tutto soddisfatta. Per
attivare tutte le mie macchine virtuali uso un hypervisor di tipo II
(VMWare Fusion), che è una pesante applicazione attiva sulla macchina
principale. Da un punto di vista teorico, non ci sono ragioni per
credere che sia più difficile trovare un bug nell'hypervisor rispetto al
sistema operativo in sé. Entrambi sono grandi e grossi, e accolgono
molti driver. Praticamente, però, sembra più difficile violare un
hypervisor: un malintenzionato dovrebbe trovare un modo di eseguire del
codice nel kernel virtualizzato. Ricordate che l'attacco si base sulla
possibilità di eseguire codice nel browser, da cui poi bisogna trovare
un modo di attaccare la VMM (hypervisor). Poi bisogna uscire dalla VM e
colpire il sistema operativo sottostante, che potrebbe anche essere un
SO del tutto diverso da quello della VM. Nel mio caso, per esempio, uso
Windows virtualizzato su Mac OS.
Quanto è corretta la "Sicurezza per correttezza"? 
TH: Usi Googla Chrome?
Joanna: Sì, lo uso sulla
macchina rossa. La ragione principale è la sua GUI, la velocità e il
fatto che supporta praticamente ogni cosa, dagli script al flash,
necessaria per la navigazione quotidiana. In ogni caso, si tratta sempre
di una soluzione temporanea. L'ideale sarebbe avere un hypervisor molto
leggero, come Xen, caricato in maniera sicuro al momento dell'avvio
(tramite qualcosa simile all'Intel TXT), e poi usare questo hypervisor
leggero per gestire tutte le VM. Naturalmente per alleggerire davvero un
hypervisor bisognerebbe rimuovere tutti i driver e gli emulatori di I/O,
e per farlo abbiamo bisogno delle tecnologie Intel VT-d (da non
confondere con VT-x) o la AMD IOMMU. Allo stato attuale delle cose, è
possibile farlo un con
portatile basato su una CPU Centrino
2, e l'Hypercore Phoenix e il Project Independence di Xen rappresentano
dei tentativi in questa direzione. Ad oggi, però, gli hypervisor ti tipo
II, quelli "grassi", sono l'unica opzione.
TH: Passando al livello
successivo, quindi, cose come i firewall, i software anti-spyware a
antivirus non sembrano essere una
protezione adeguata, almeno non contro il malware più sofisticato. Al
momento non crediamo che ci sia in circolazione malware simile ma,
dopotutto, potremmo semplicemente non esserne al corrente. Cosa possiamo
fare?Joanna:
Quello che ci può proteggere è un buon design del SO (o un hypervisor e
un SO), non un'applicazione di terze parti applicata ad un design non
sicuro.
TH: Quindi la sicurezza
della progettazione è importante?
Joanna: Solo quella di
alcuni componenti critici del sistema (kernel/hypervisor),
non di tutto il software in generale.

TH: Come consumatori
abbiamo un modo di spingere le aziende ad assumere un approccio più
attivo per quanto riguarda la sicurezza?
Joanna: Sfortunatamente
non credo che esista un modo semplice di farlo. Molto semplicemente, non
ci sono in circolazione prodotti validi tra i sistemi operativi. Che sia
Mac, Windows o persino Linux, tutti questi SO usano grossi kernel
monolitici, ricolmi di driver di terze parti. Questa situazione crea un
enorme vettore per possibili attacchi contro i dispositivi d'isolamento
del sistema operativo, come la separazione dei processi, quella degli
account utente o la protezione del kernel.
TH:
Il furto d'informazioni è una cosa molto delicata. Se ti sottraggono i
dati della carta di credito, la puoi bloccare, e la polizia potrebbe
persino riuscire a trovare i colpevoli. Se invece ti rubano, per
esempio, dati riguardanti la tua situazione sanitaria, le conseguenze
potrebbero essere disastrose.
Joanna:
Verissimo. D'altra parte sembra che molte persone non abbiano problemi a
usare servizi online per tenerci informazioni personali sensibili, dalle
agende ai documenti, e persino i dati sanitari, tramite Google Health.
Prendiamo pure per vero il fatto che Google, o altri servizi simili, sia
del tutto affidabile come azienda; non significa che ci si possa fidare
al 100% di chi ci lavora. Ad oggi, per fortuna, la maggior parte delle
informazioni personali è sui nostri computer, e non online. Se (quando)
saremo tutti passati "nella nuvola", un computer infetto potrebbe
comunque rappresentare un pericolo, se è quello che usiamo per accedere
ai servizi online. Quindi sì, la sicurezza del PC è l'aspetto più
importante della sicurezza informatica in generale, e le implicazioni di
una scarsa attenzione potrebbero andare ben oltre il furto del numero
della carta di credito.
TH: La maggior parte delle
persone obietterebbe che comunque la si metta la base di tutto sta nella
sicurezza "per design". Bisogna verificare attentamente il codice, che
deve essere scritto con cura sin dal primo momento. Solo in questo modo
di ottiene la migliore probabilità di successo, rispetto ad un approccio
di correzioni (patch) successive, dovute al fatto che si riutilizza
codice che è stato scritto in un periodo nel quale la sicurezza non era
una questione importante. Tutti gli altri elementi, come l'isolamento,
aggiungono ulteriori layer di sicurezza. È corretto?
Joanna: Io sono piuttosto
scettica verso l'idea di "Sicurezza dalla correttezza". Non mi aspetto
che le applicazioni, i driver, e il software in generale possano
diventare privi di bug in tempi ragionevoli, e probabilmente non
potranno mai. Sarebbe meglio concentrarsi sulla creazione di componenti
leggeri, che potrebbero davvero essere privi di bug, come gli hypervisor
di tipo I, e poi inserirli in un ambiente ben isolato rispetto agli
altri componenti, per limitari i possibili danni (per esempio un browser
danneggiato, usato per le ricerche quotidiane, non influenzerà il
browser sicuro usato per l'home banking). L'industria della sicurezza
sembra invece credere all'approccio "Sicuro perché corretto", e che gli
sviluppatori, un giorno, smetteranno di fare errori e di inserire bug
nel proprio lavoro. O almeno è quello che vogliono farci credere.Quando
leggo notizie su un nuovo bug in IE, o Adobe Reader o
Flash Player non posso fare a meno di
scrollare le spalle e dire "e allora, che cosa cambia?"
TH:
Oggi niente, ma dovremmo comunque tentare di rendere il codice più
sicuro, specialmente quando creiamo cose nuove. Prendiamo il tuo esempio
del browser compromesso sulla macchina rossa, a confronto con un browser
più sicuro su una macchina separato, usato per accedere alla banca.
Dov'è il vantaggio nel proteggere un browser che ha uno o più bug, che
mi permette di vedere le informazioni di altri?
Joanna: Qui parliamo però di
sicurezza dal lato
server, mentre fino ad ora ci siamo
concentrati sui computer personali. Si tratta di una cosa molto diversa,
così come le soluzioni necessarie. Permettimi di chiarire un punto:
rispetto molto l'abilità di quelli che cercano e sfruttano i bug nei
browser, è un'attività davvero notevole. Ma è irrilevante per chi cerca
di sviluppare macchine più sicure, perché non riusciremo mai a chiudere
tutti i buchi presenti in IE o Firefox, che sono applicazioni in
continuo sviluppo ed espansione. Quando IE7 sarà stato completamente
rivisto, bisognerà ricominciare con IE8, e così via. Naturalmente per i
produttori di software come Microsoft è più facile rispondere ai
problemi, quando compaiono, con una patch. È certamente molto più
semplice che prendere un sistema operativo e riprogettarlo da zero, e
poi far riscrivere tutti i driver ai produttori di hardware.Mi sembra
curioso come tanti esperti di sicurezza si concentrino su temi di alto
profilo tecnico, come l'heap-based overflow, e allo stesso tempo non
siano coscienti delle novità introdotte dalle tecnologie recenti e del
loro potenziale per aumentare la sicurezza. Certo, è divertente scrivere
exploit per le applicazioni, ma entrare in questo rincorrersi senza fine
non è certo il modo migliore di rendere i
computer più sicuri.
Non si migliora la sicurezza cercando bug e scrivendo exploit.

TH: Forse l'approccio
giusto è l'isolamento delle applicazioni e lo sviluppo di servizi sicuri
"by design" I
server usati per i servizi cloud
dovrebbero avere molte applicazioni isolate, ma in questo caso dovremmo
ancora fare affidamento sulla "sicrezza per design", giusto?
Joanna: Certo. Come dicevo
la sicurezza dal lato server è una questione completamente diversa
rispetto a quella dei desktop.
TH: Sembra che noi, come
comunità, dovremmo evitare la standardizzazione e la diffusione di massa
di hardware e software. Un ospedale, per esempio, può comprare centinaia
di computer in colpo solo, tutti dello stesso modello. Se emerge che la
scheda madre, o la CPU, hanno un difetto, allora tutta l'istituzione è a
rischio. Dovremmo, in casi simili, considerare ecosistemi più
eterogenei? Magari dei sistemi Intel e alcuni AMD? Magari mischiando
Windows,
Mac OS e Linux?
Joanna: Una cosa del
genere potrebbe chiamarsi "sicurezza tramite l'oscuramento". Se ci
preoccupano gli attachi DoS sarebbe certamente d'aiuto. Se, invece, ci
preoccupa il furto d'informazione, che implica un attacco più mirato,
allora avremmo solo un falso senso di sicurezza, dando per scontato che
l'ospedale usi sistemi operativi comuni, non versioni personalizzate e
ricompilate di
Linux.
TH: Probabilmente dipende da
quanto è sofisticato l'ospedale. Ci sono i server, che hanno un sistema
operativo dedicato, e poi i terminali, che in generale sono Windows o
Mac.
Joanna:
Potrebbero essere anche distribuzioni Linux generiche. Per l'attaccante
non farebbe nessuna differenza.
Quanto è affidabile un ecosistema eterogeneo?
TH: È l'approccio "a
strati". Si può andare a cercare direttamente l'informazione, che è
conservata da qualche parte di un sistema cloud. Oppure si può andarla a
cercare nel sistema dell'utente finale, che accede a quel sistema. Se si
trova, per esempio, un bug in Windows che permette di compromettere un
intero sistema, un organizzazione dotata di un sistema eterogeneo
potrebbe isolare velocemente tutti i sistemi Windows, e continuare a
lavorare con
Linux e OS X.
Joanna: Come dicevo,
questo sistema può servire solo a limitare gli attacchi DoS, non a
prevenire il furto d'informazioni. Una variante dell'approccio "per
oscuramento" in molti SO. Per esempio c'è la tecnica ASLR, che agisce
sul layout della memoria, e che fu introdotta su Linux con la patch PaX,
poi portata su Windows Vista, e che arriverà anche su
Mac OS X, Un'altra tecnica è la
protezione degli stack tramite i cosidetti "canaries", che sono valori
inseriti in uno stack per individuarne e controllarne l'overflow. Anche
in questo caso siamo in presenza di un approccio "per oscuramento".
L'idea fu introdotta da Stack Guard su Linux circa dieci anni fa, ed è
presente da tempo anche nel compilatore Visual Studio di
Microsoft. Quindi raccomanderei di
usare approcci specifici che sfruttano anche questo il concetto di
eterogeneità, piuttosto che investire molto denaro in un ecosistema con
tre diversi sistemi operativi, affinché sia possibile isolarne uno in
caso di bisogno. Sarebbe, tra l'altro, una scelta probabilmente inutile
e potenzialmente dannosa.
TH: A meno che fossimo
paranoici e preferissimo applicare tutti gli approcci di cui abbiamo
parlato su diverse macchine.
Joanna:
Quale sarebbe il beneficio, a parte la protezione da attacchi DoS?

Qualche raccomandazione
TH: Se dovessi dare
qualche raccomandazione, consiglieresti Mac, PC o
Linux. O piuttosto ritieni che siano
altrettanto (in)sicuri? Joanna:
Dipenderebbe dalle cose che si vogliono fare con il sistema. Se una
persona davvero paranoica mi chiedesse aiuto su come impostare un
sistema per attività critiche, potrei suggerire misure estreme come uno
Xen personalizzato, che userebbe cose come la VT-d per la
disagreggazione Dom0, TPM e TXT per l'avvio sicuro, e isolamento di alto
livello tramite partizioni personalizzate DomU. Ogni DomU, poi, avrebbe
una versione rinforzata di Linux. Per usi generici e comuni mortali,
tuttavia, raccomanderei tanto Windows quanto Mac. Linux, purtroppo, è
ancora indietro quanto a supporto periferiche. Non potete sincronizzare
l'iPhone con Linux, per esempio, ed è difficile anche impostare la
connessione 3G, con un
portatile Linux. Chi non ha molto a
cuore l'estetica probabilmente sceglierà un sistema Windows, mentre
altri non possono fare a meno delle linee eleganti di un Mac. A conti
fatti, è solo una questione di estetica e d'interfaccia, secondo me. Non
importa se si sceglie un PC o un Mac, l'unica risposta seria, oggi, al
problema della sicurezza è la virtualizzazione, per ottenere
l'isolamento necessario tra le varie applicazioni, o almeno tra i
browser, come dicevo prima. Un
antivirus,
almeno uno di quelli odierni, sarebbe uno spreco di denaro e di risorse,
per come la vedo io. È successo persino che l'antivirus stesso avesse
dei bug, che introducevano delle vulnerabilità ai sistemi che dovevano
proteggere! Io non uso nessun antivirus, nemmeno sulle macchine
virtuali, e non vedo come uno di questi programmi possa offrire un
qualche miglioramento alla sicurezza, con le impostazioni che ho creato
per rafforzare la virtualizzazione.
TH: Ultima
domanda. Uno studio recente mette in evidenza come nel settore dei
computer le donne siano ancora poco rappresentate. C'è un qualche
consiglio che vorresti dare alle donne che interessate alla tecnologia?
Joanna: Vorrei avere la risposta.
Molti studi suggeriscono che le ragazze e le donne vanno peggio, quando
si tratta di scienza e tecnologia, soprattutto perché tutti si aspettano
che sia così. In ultima analisi, si tratta di una manifestazione della
società patriarcale. Fortunatamente in molte parti del mondo questo
sistema, fatto di uomini forti e intelligenti e donne belle e sensibili,
sta diventando obsoleto, quindi c'è speranza per il futuro.
TH: Speriamo che qualcuno
dei nostri lettori trovi ispirazione nelle tue parole. Grazie per il
tempo che ci ha dedicato, Joanna.
Joanna: È stato un
piacere, e congratulazione a tutti i lettori che sono riusciti ad
arrivare in fondo.
I prezzi pazzi di Apple per l'Europa
A marzo l'iPad potrebbe arrivare in Europa e quindi, presumibilmente, anche
in Italia. Ma a che prezzo? Se non fosse stato per T-Mobile che, nel suo
sito tedesco, ha pubblicato (per cancellarla precipitosamente un paio d'ore
dopo) una pagina con il listino dell'iPad, oggi saremmo ancora qui a
lambiccarci il cervello per capire quale politica dei prezzi abbia in mente
Steve Jobs.
Bene, adesso lo sappiamo: il cambiavalute di riferimento
del patron della Apple ha deciso che il cambio dollaro-euro è in perfetta
parità: 499 dollari il prezzo base negli Usa, 499 euro lo stesso prodotto in
Germania (e verosimilmente anche in Italia). Poco importa che una stanza
d'albergo prenotata allo stesso prezzo e pagata con American Express da
Milano, venga addebitata 358,941 euro, oltre un terzo in meno! Tutta Iva e
dogana? Non dimentichiamo che le tasse, sia pure non così alte, ci sono da
sempre anche negli Stati Uniti.

Ecco, comunque, il listino pubblicato da T-Mobile:
- iPad Wi-Fi 16GB
- 499 euro - iPad Wi-Fi 32GB - 599 euro - iPad Wi-Fi 64GB - 699 euro
- iPad Wi-Fi e 3G 16GB - 629 euro - iPad Wi-Fi e 3G 32GB - 729 euro -
iPad Wi-Fi e 3G 64GB - 829 euro
Il tutto senza considerare che,
almeno all'inizio, i modelli che sbarcheranno in Europa saranno privi di
iBook, l'applicazione che li trasforma in eReader, cioè in grado di leggere
libri in formato digitale. E questa è una delle caratteristiche che negli
Stati Uniti è stata sbandierata come la killer application, l'asso nella
manica per il successo della tavoletta.
Resta da osservare, inoltre,
che quelli appena pubblicati sono i prezzi al pubblico slegati da qualsiasi
operatore e ai quali occorre poi aggiungere, nel caso dell'iPad con
tecnologia 3G, il costo di un adeguato piano dati. E non è impossibile che
qualche operatore confezioni pacchetti/offerta variabili in base alle soglie
dati che il cliente considera adeguate alle proprie necessità.
Ma
anche questo, se si ripeterà l'esempio iPone, sarà fonte di nuove polemiche.
Terremo le orecchie alzate e vi informeremo non appena circoleranno altre
notizie.
di Redazione, 2/2/2010,
fonte.
Le ultime indiscrezioni su Chrome Os
Chrome Os, il sistema operativo di Google non si aprirà la strada sui
netbook prima della fine dell’anno, ma diventa sempre più chiaro il suo
obiettivo di attaccare il sistema operativo Windows di Microsoft su ogni
fronte. Chrome Os e il web browser Chrome disporranno di un media player
completo con le medesime funzionalità di quello presente in ogni versione di
Windows Chrome Os è un sistema operativo di derivazione open source che
Google sta scrivendo appositamente per netbook in alternativa ai sistemi
operativi tradizionali di Microsoft e Apple. La velocità di caricamento in
pochi secondi sarà la sua prima prerogativa. Attraverso il browser che porta
lo stesso nome le applicazioni web si caricheranno ugualmente in pochi
secondi. Naturalmente Gmail, Youtube, Google Voice e altri servizi web di
Google saranno i più favoriti . Ora anche il nuovo media player contribuirà
a far crescere le quote di mercato del browser Chrome che ha già sorpassato
in popolarità Safari di Apple con il 5 % delle quote di mercato. Ad
esempio una chiavetta Usb che contiene file mp3 permetterà l’ascolto dei
file musicali appena dopo essere stata inserita nel computer. Google ha già
messo in chiaro che il suo sistema operativo sarà leggerissimo e non
richiederà il download delle applicazioni come ora fa Windows. Un altro
esempio: cliccando un link di posta si aprirà Gmail automaticamente senza
passare dal sistema operativo e o da altri client di posta . Allo stesso
modo un file doc utilizzerà Gview. Chrome Os allinea già partner come
Acer , Asus , Hp e Lenovo e rappresenta un minaccia più temibile per Windows
di quanto non lo siano stati Linux con Ubuntu o altre distribuzioni.
di Francesco Medaglia, 28/01/2010
Microsoft: «In Europa senza Explorer»
In attesa della decisione della Commissione EU sulle accuse antitrust a
Microsoft, la società di Bill Gates ha deciso di distribuire la nuova
versione di Windows 7 senza il browser Explorer.
In tutta l'Europa la nuova versione del S.O. Windows 7 sarà venduto senza il
browser Internet Explorer. Questa decisione arriva dopo le
preoccupazioni per la possibile concorrenza sleale verso altri produttori di
browser, e pochi giorni prima dell'attesa decisione della Commissione
europea sulle accuse antitrust presentate contro Microsoft a gennaio,
secondo cui il leader mondiale di software abuserebbe della propria
posizione dominante includendo nel sistema operativo il browser Internet
Explorer, sottraendolo a una giusta competizione con i prodotti rivali.

Fino ad oggi, Microsoft ha sostenuto
che il browser è parte integrante del sistema operativo e che non può
esserne separato, ma adesso progetta di farlo per la versione europea di
Windows 7, in arrivo quest'anno. «Per garantire che rispetti la legge
europea, Microsoft consegnerà una versione diversa di Windows 7,
appositamente creata per la distribuzione europea, che non includerà
Internet Explorer» ha annunciato il produttore di software in una nota
pubblicata sul sito Cnet. La mossa di Microsoft potrebbe dare un grande
aiuto ai browser concorrenti, come Firefox di Mozilla, Chrome di Google,
Opera e The World.
Voce,video e dati sicuri con PGP Mobile
Zimmermann, l’inventore del PGP, programma per la cifratura di email più
conosciuto e diffuso nel mondo, ha creato un nuovo software per la
criptazione di audio e video per cellulari, denominato ZRTP. Un
lungo periodo di gestazione è stato necessario a Philip Zimmermann, alla sua
compagine tecnica ed ai partner internazionali che hanno integrato il
protocollo, per rendere disponibile il programma di criptazione ZRTP
per telefoni cellulari in versione VoIP. ZRTP cripta le chiamate voce e
video rendendo le telecomunicazioni cellulari non più intercettabili.
Erano già disponibili sul mercato software per cifrare le conversazioni, ma
con caratteristiche che ne hanno limitato fortemente la diffusione. Costi
elevati, necessità di impiego della linea dati GSM da richiedere
espressamente al proprio operatore. Qualità delle chiamate scarsa, eco,
ritardi nella trasmissione della voce. Ancora, impossibilità di effettuare
chiamate internazionali e problemi di copertura di rete.

Col nuovo programma di cifratura di Zimmermann, i problemi dei vecchi
software vengono di colpo eliminati. Con una qualità delle chiamate ed
una facilità d’uso eccezionale, il suo SW è utilizzabile con tutti gli
operatori di rete, per il fatto che vengono utilizzate le linee dati
esistenti: GPRS/EDGE/UMTS/HSDPA, che coprono tutta la nostra nazione,
con costi contenuti, chiamate criptate illimitate (sottoscrivendo un
piano dati da 20 GB), possibilità di effettuare chiamate criptate anche
con utenti esteri. In più: codice sorgente pubblico per analisi
indipendenti sulla sicurezza ed algoritmi di cifratura standard
impiegati dal governo degli Stati Uniti. Ultima chicca: la possibilità
di effettuare chiamate completamente anonime per l’uso di gateway
delocalizzati.
Fonte news.
Il più piccolo elaboratore al mondo
Il World Mobile Congres di Barcellona ha visto la presentazione, seppur a
livello di prototipo, del più piccolo elaboratore mai costruito. Non si
tratta nè di un netbook, i cui display hanno una diagonale minima di 7",
ormai in disuso a favore dei 10", nè di un MID vero e proprio, bensì un UMID
col quale è stato chiamato. UMID: Ultra Mobile Internet Device, con
caratteristiche tecniche davvero spinte a fronte di un piccolo display di
4,8". 
La sua dotazione hardware è realizzata con CPU Interl Atom con frequenza
operativa compresa fra 1,1GHz 1,33GHz, memoria DDR3 533MHz da 512MB o 1GB,
mentre sul fronte immagazzinamento dati si può ordinare con 8, 16 o 32GB di
memoria NAND Flash.Connettività completa con Wi-Fi, DVB-T, HSDPA, WiBro e
WiMAX, il tutto in un apparecchietto di soli 315 grammi di peso. UMID sarà
distribuito con i S.O., Microsoft Windows XP e Windows Vista.
Qui il raffronto con il già piccolo Sony Vaio.

ASUS Eee PC 1000HE: il 1° marzo in Italia
Con inizio dal 1° marzo 2009 sarà disponibile anche in Italia l’ ASUS Eee PC
1000HE. Il nuovo netbook è equipaggiato con la CPU Intel Atom N280 (1,66 GHz)
che gli garantisce un'autonomia fino a 9,5 ore, per l’ausilio dell’esclusiva
tecnologia ASUS Super Hybrid Engine per il risparmio energetico.

Con un display WSVGA (1024x600) da 10” con retroilluminazione a LED per
immagini più brillanti e consumi ridotti, il netbook ASUS sfoggia un
elegante restyling, che si nota ad iniziare dalla cornice del display
lucida, per finire allo chassis, ma soprattutto dalla rinnovata tastiera nel
nuovo layout con tasti a isola, progettata da ASUS per unire un'estetica
aggiornata unita ad una confortevole digitazione. Il nuovo ASUS è
disponibile nei colori bianco oppure nero. Equipaggiato con un disco fisso
tradizionale da 160 Gb per dare un’ottima archiviazione. Completo di una
webcam da 1,3 Mpxl integrata nella cornice del display, il 1000HE consente
l'accesso ad Internet in wireless con tecnologia Wi-Fi 802.11 b/g/n ed offre
anche la connettività Bluetooth. Eee PC 1000HE, coperto da 2 anni di
garanzia con formula di pick up and return come tutti gli Eee PC, sarà in
vendita al prezzo al pubblico di 399 euro Iva inclusa.
Archos: un interessante device Android based.
Il sistema operativo Android non è soltanto un sistema operativo per
PDAPhone e smartphone, ma una piattaforma adatta anche a dispositivi più
grandi e con vocazioni diverse, almeno questa sembra essere l'opinione di
Archos, notissimo costruttore francese di dispositivi. Come riporta un
comunicato stampa congiunto Texas/Archos. apparso sul
sito Texas Instruments, il produttore
transalpino è intenzionato a produrre un Internet Media Tablet (IMT) basato
sulla piattaforma della Open Handset Alliance, che abbia tutte
caratteristiche per fruire al meglio i servizi offerti dalla rete, oltre ad
essere, forse, anche un classico telefonino, considerato il modulo 3.5G
HSDPA e HSUPA.
Il nuovo Archos è basato su piattaforma hardware TI OMAP 3, che offre una
migliore esperienza multimediale, campo in cui Archos è attiva da anni,
unita alle nuove tecnologie per tenersi in contatto, tra cui la connettività
3,5G HSDPA e HSUPA per la navigazione internet in mobilità, e le
funzionalità voce. Il processore è un TI OMAP3440, basato su architettura
ARM Cortex. 
L'Archos Internet Media Tablet nasce con un display touchscreen da 5", sul
quale fruire contenuti multimediali anche grazie al supporto per le
tecnologie Adobe Flash e Flash Video, oltre alla possibilità di ricevere e
registrare progammi TV in alta definizione. Per lo storage si parla di uno
spazio fino a 500GB. Un dispositivo dall'ampio display, ma che mira ad
essere ultraportatile, con uno spessore di 10 millimetri. L'autonomia video
viene dichiarata in 7 ore di riproduzione continua.
Remi El-Ouazzane, vice presidente e general manager della business unit
Texas Instruments OMAP platform, ha dichiarato: "The OMAP 3 platform,
with its support for the Android OS, is a powerful tool to support HD video,
high quality multimedia and connectivity anytime and anywhere.
ARCHOS' use of TI technologies, including connectivity and analog solutions,
helps to push the boundaries with new products and as we see today, new
business models, to be a leading innovator with its new IMTs."
Il nuovo Archos Internet Media Tablet basato su Android dovrebbe arrivare
sul mercato nel terzo trimestre di quest'anno. Al momento non si conosce il
prezzo.
Nuovo tool d'accesso
Da tempo vari produttori vedono nei dispositivi di riconoscimento biometrici
il futuro dei dispositivi di identificazione personale. Alle ricerche già
compiute in materia va ad aggiungersi una nuova tecnologia ideata da Sony,
basata su un sistema in grado di identificare le vene presenti all'interno
delle dita umane. E non solo: per molti, password e PIN ormai hanno i giorni
contati. Il sistema dell'azienda nipponica, denominato Mofiria, è
costituito da una serie di LED il cui scopo è quello di illuminare il dorso
del dito. L'immagine che ne segue viene quindi decodificata da un piccolo
sensore CMOS che ne valuterà la somiglianza con l'immagine autentificata
all'accesso. Il tempo di identificazione sembra essere molto breve, grazie
ad un algoritmo speciale ideato da Sony: 0,015 secondi se il calcolo viene
effettuato dalla CPU e 0,25 secondi se, invece, il dispositivo viene posto
su un device mobile. La decisione di utilizzare proprio le vene è
tutt'altro che casuale, poiché la loro struttura sarebbe diversa non solo da
un individuo all'altro ma anche da dito a dito. Inoltre, la loro forma non è
soggetta a modifiche con il passare degli anni. Nei progetti di Sony per il
dispositivo, le cui dimensioni sono davvero minime, vi sarebbe infatti
l'intenzione di integrarlo sui dispositivi più disparati, notebook e
smartphone su tutti. A tal proposito l'azienda ha espresso, nel comunicato
stampra relativo alla nuova tecnologia, l'intenzione di commercializzare il
prodotto finito entro l'anno fiscale 2009. Il dispositivo in sé sembra
riprendere i progetti iniziati già nel 2005 da parte di Hitachi e Fujitsu,
con l'annuncio della progettazione di scanner basati sulla stessa
tecnologia: la differenza sostanziale potrebbe essere nel suo costo, dal
momento che Sony si dichiara disposta a veder proliferare la nuova
tecnologia su diverse piattaforme. Sempre in materia di dispositivi di
identificazione, anche il classico PIN potrebbe subire un restyling volto a
migliorarne la sicurezza: PINoptic, azienda che opera nel settore della
sicurezza per i dispositivi di autenticazione e di accesso ai sistemi, ha di
recente annunciato la creazione di un nuovo software il cui scopo sarebbe
quello di aumentare la sicurezza del "vecchio" PIN di ben 37 volte. -1:2 4 5
3 5 4 6 3 2 4; mso-font-charset:1; mso-generic-font-family:roman;
mso-font-format ther;
mso-font-pitch:variable; mso-font-signature:0 0 0 0 0 0;} @font-face
{font-family:Calibri; panose-1:2 15 5 2 2 2 4 3 2 4; mso-font-charset:0;
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mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;}
div.Section1 {page:Section1;} --> Il device, pensato soprattutto per
l'e-banking, piuttosto che basarsi sulla classica combinazione a 4 o più
cifre utilizza un sistema basato su numeri, immagini e colori: quando viene
richiesta l'autorizzazione all'accesso, l'utente vede comparire sullo
schermo il particolare tastierino formato da numeri e simboli, la cui
disposizione è casuale di volta in volta. Per autentificare l'accesso
l'utente dovrà quindi decifrare la sequenza numerica che corrisponde alla
sequenza esatta memorizzata nella propria mente. La diversa disposizione dei
simboli permette di volta in volta di generare un nuovo codice. A questo
punto, per autorizzare il tutto, basta inviare un SMS al server del sistema
con il nuovo codice. 
Fonte news
USA: connessione a Led luminosi
Un progettista americano ha sperimentato una trasmissione basata su
punti luminosi.
Sostituirà le radiazioni di un Access point WiFi
con velocità otto volte superiori a quelle di un comune cavo Lan. Il
progettista, che si chiama John Pederson, ha realizzato un nuovo sistema
di diffusione di broadband che utilizza " Led luminosi ". Ancora in fase
di sperimentazione, questo tipo di trasmissione potrebbe in futuro
sostituire le onde elettromagnetiche della tecnologia WiFi. Alla base
dell'ambizioso progetto americano c'è una sorgente che codifica il
flusso di informazioni in una sequenza di variazioni di luce; poi un
ricevitore denominato LVX System decodifica i dati fornendo la
connessione ad Internet ad una velocità fino ad otto volte superiore a
quelle di un comune cavo Lan. Ma le potenzialità dell'innovativa
forma di connessione non risiedono esclusivamente nella velocità:
innanzitutto l'assenza di cavi garantirebbe spese infrastrutturali
notevolmente inferiori rispetto alla fibra ottica, in secondo luogo
l'impiego della luce come canale trasmissivo eliminerebbe il problema
delle interferenze e ridurrebbe l'inquinamento elettromagnetico. Dopo
aver effettuato con successo il primo test del sistema LVX nella scuola
superiore di Saint Cloud nel Minnesota, Pederson si è messo alla ricerca
di possibili investitori interessati a proporre la versione commerciale.
Forse ci vorrà ancora qualche anno prima che questa tecnologia
rappresenti una reale alternativa al WiFi, ma è innegabile che la
connessione ad Internet abbia un futuro davvero luminoso.
A Gennaio la scheda GeForce GTX 200 a due GPU
“Previsto per Gennaio il debutto della prima scheda dual GPU di NVIDIA
basata su architettura GT200: il nome previsto è GeForce GTX 295”
Sembra sempre più vicino il debutto delle
prime soluzioni NVIDIA dual
GPU basate su architettura GT200, nome in codice che
contraddistingue le GPU NVIDIA adottate nelle schede della famiglia
GeForce GTX 200.
Di queste scede si vocifera da lungo tempo, in quanto
proposte alternative alle schede
ATI Radeon HD 4870 X2 disponibili sul mercato sin dal
mese di Agosto 2008. Queste schede sono attualmente le proposte più veloce
disponibili sul mercato desktop, ma richiedono necessariamente l'utilizzo di
driver ottimizzati e di titoli che possano beneficiare della presenza di due
GPU in parallelo.
Quali saranno le caratteristiche tecniche di questa scheda video?
Due GPU GT200 costruite con tecnologia a 55 nanometri, ciascuna dotata di
216 stream processors al proprio interno. Di fatto, quindi,
si otterrà come risultato una scheda a singolo connettore con una potenza
elaborativa paragonabile a quella di due schede GeForce GTX 260 core 216
abbinate tra di loro con tecnologia SLI.
Non è detto tuttavia che NVIDIA possa riuscire a mantenere, per la propria
proposta dual GPU, le stesse frequenze di clock di GPU e memoria video delle
soluzioni GeForce GTX 260 core 216 a singola GPU, replicando in questo
quanto sviluppato da ATI con le proprie soluzioni
Radeon HD 4870 X2. Queste ultime, di fatto, sono per caratteristiche
tecniche identiche a due schede Radon HD 4870 1 Gbyte affiancate sullo
stesso PCB.
La scheda dual GPU NVIDIA basata su GPU GT200 dovrebbe prendere il nome di
GeForce GTX 295; questa scelta è allineata a quello che
dovrebbe essere il nome della evoluzione a 55 nanometri della scheda GeForce
GTX 280, che dovrebbe per l'appunto prendere il nome di GeForce GTX 290. Il
debutto di queste nuove soluzioni avverrà presumibilmente nel mese di
Gennaio 2009, assieme alle altre schede GeForce GTX costruite con tecnologia
a 55 nanometri e dotate di architettura a singola GPU.
PIMP My Supercomputation
Immaginate un supercomputer di quelli davvero super, roba da trilioni di
operazioni al secondo. Roba da finire nella
top-five dei compu-mostri in giro per il globo, dietro a colossi come il
Roadrunner di IBM, vale a dire il misterioso megacalcolatore dei lab di
Los Alamos
(quelli dove si studiano le esplosioni nucleari). Immaginate ora di
prenderlo e potenziarlo, fino a
raggiungere e superare la vetta di quanto di più potente (informaticamente
parlando) si sia mai fatto fino ad oggi. E poi di trasformare il tutto in
una specie di auto vistosa.
Se avete immaginato bene, davanti vi
troverete una immagine che ricorda questa:
Il Jaguar del
Oak Ridge National Laboratory è
al momento il supercomputer più potente del mondo: con i suoi 45mila
Opteron quad-core, 326 terabyte di RAM e 10 petabyte di spazio disco, è in
grado di raggiungere e superare il quadrilione di operazioni al secondo
(mille milioni di milioni) toccando la punta massima di
1,64 petaflop di potenza. Il tutto grazie ai 578 terabyte di
ampiezza di banda della sua memoria, che si sommano ai 248 gigabyte di
bandwidth messi a disposizione attraverso i suoi ingressi e uscite I/O.
Il Dipartimento dell'Energia USA,
che ha pagato il conto di 100 milioni di dollari presentato da Cray per la
costruzione del mostro e che paga la bolletta della luce, è entusiasta di
Jaguar: "È uno dei più incredibili strumenti per il progresso della scienza
e della tecnica -
dichiara soddisfatto il sottosegretario Raymond Orbach - consentirà ai
ricercatori di simulare processi fisici fino ad oggi impossibili da
replicare, trasformando la computazione su vasta scala nel terzo pilastro
delle scoperte scientifiche assieme a sperimentazione e teoria".
Dati di targa a parte, Jaguar è stato già in grado di portare a termine
una complessa simulazione di un superconduttore che ha richiesto uno
sforzo continuato di 1,3 petaflop di capacità: una potenza
decine di migliaia di volte superiore al più accessoriato dei PC presenti
sopra e sotto i tavoli di un comune ricercatore, e il bello è che tutta
questa forza
sarà liberamente accessibile
a chiunque ne faccia richiesta - naturalmente attraverso i consueti canali
accademici e di ricerca.
Jaguar è infatti il più potente
supercomputer per uso scientifico mai realizzato nella storia
dell'informatica. Esiste un solo compu-mostro più grande, il già citato
Roadrunner di IBM, che basa la sua architettura sulle CPU Cell -
quelle che monta anche la PlayStation 3 - tenuti insieme da una spina
dorsale di Opteron, e potenzialmente in grado di spingersi fino a 3 petaflop di potenza. Tuttavia, secondo quanto
riferito (Los Alamos è un laboratorio militare e le sue attività sono
coperte da segreto) al momento Roadrunner girerebbe a un terzo della sua
capacità potenziale, forse in attesa di qualche aggiornamento di Big Blue.
Il colosso dell'Oak
Ridge National Laboratory detiene quindi il trono della categoria,
in attesa di veder confermata con tutta probabilità la sua leadership
nella classifica Top500,
il cui aggiornamento finale per il 2008 dovrebbe essere imminente. Sempre
che Los Alamos e IBM, in un moto d'orgoglio, non decidano di guastare la
festa ai colleghi e non piazzino la zampata prima del weekend: chi sarà più
veloce tra l'uccello corridore e il felino?
Fonte: PI.it by
Luca Annunziata
fonte immagine
ESCLUSIVA: Windows 7, prime schermate e funzionalità
Svelate agli sviluppatori riuniti alla PDC di Los Angeles le caratteristiche
del nuovo sistema operativo di Microsoft. Il kernel e' quello di Windows
Vista, ma non mancano novita' e miglioramenti significativi per ogni
categoria di utenti.
Ecco tutti i dettagli di Windows 7 nella prova in anteprima
Arriva Windows 7 e
alla PDC 2008 di Los Angeles
abbiamo provato la pre-beta in anteprima sia nella versione Build 6933,
disponibile solo su alcune macchine per la presentazione (la stessa
utilizzata in sala per il keynote), sia con una Build un po’ meno recente
(6810), ma con buona parte delle caratteristiche, su una macchina dedicata
Dell Xps M1330.
Windows 7
non si presenta come un sistema operativo rivoluzionario rispetto a
Windows Vista, tutt’altro. Sviluppato raccogliendo le note
critiche (ma anche i consensi) di addetti ai lavori e utenti finali, nasce
per funzionare bene, dal primo giorno, con la stessa dotazione hardware in
grado di far girare il suo predecessore e con la
piena compatibilità software con le applicazioni nate per
Windows Vista. Steve Ballmer
era stato più sincero che mai, presentando Seven, solo pochi giorni fa, come
“Windows Vista, ma meglio di Windows
Vista”. 
Il desktop di Windows 7: trasparenze e grafica 3D, con i gadget
possono essere tranquillamente liberati all'interno del desktop.
La prima Build (6810) a una prima occhiata può far sembrare Windows 7 un
semplice aggiornamento della major release
Windows Vista, ma già la Build 6933 porta in dotazione
novità interessanti. L’esperienza di Windows 7 inizia con
un avvio sensibilmente più rapido di quello di Windows Vista
(nell'ordine di una manciata di secondi), altre caratteristiche balzano
subito all’occhio perché riguardano proprio
l’interfaccia immediatamente visibile, altre meno perché
dedicate al mondo enterprise o intrinseche al sistema, come il tool di
gestione della durata delle batterie che fa registrare
migliori performance rispetto a Windows Vista perché Seven agisce
disabilitando il funzionamento di alcune applicazioni in background, ma
anche una maggior possibilità di integrazione delle caratteristiche dei
firewall delle aziende di sicurezza con quello Windows. Vi spieghiamo in
dettaglio le novità principali. 
Il tool di gestione e stato della batteria
Una Taskbar tutta nuova
Certo una delle prime e più interessanti novità è proprio la
taskbar di Seven. Rinnovata sia nel design (ma non nella
Build 6810), sia nelle funzioni. Le icone sono più grandi,
passandovi sopra il mouse compare una thumbnail espandibile a
una preview a tutto schermo, sono state facilitate le
possibilità di spostamento delle icone (basta trascinarle) e la possibilità
di appuntare le applicazioni utilizzate più di frequente. La facilità di accesso alle informazioni è integrata dalla
funzione Jump Lists,
da ogni programma nella TaskBar
si accede con facilità alle informazioni inserite di recente o agli ultimi
file utilizzati. 
La TaskBar: ogni icona ha la sua anteprima
Aero Desktop prevede ora un pulsante supplementare collocato nel punto estremo
della Taskbar a destra che trasforma le finestre visibili in finestre
trasparenti e ne permette la gestione affiancandole o portandole in primo
piano nel modo più intuitivo, una sorta di esperienza multidesktop. Ma
il Desktop è piacevolmente cambiato anche per altri aspetti,
innanzitutto è semplicissimo ora impostare una
nuova connessione wireless, perché il menu nella
SysTray provvede a evidenziare subito quali siano le reti
disponibili ed eventuali informazioni da inserire per la sicurezza. 
L'accesso ai programmi e alle risorse tramite il menu di avvio. Windows 7
perde la tripla
opzione (mantieni sessione in memoria, blocca computer e spegni) a vantaggio
di un
unico pulsante ShutDown, che offre tutte le opzioni.
Inoltre anche impostare tinte e trasparenze nella scelta dello sfondo o
cambiare il tema della scrivania si può fare con nuovi strumenti. Senza
contare che i gadget della sidebar
sono stati finalmente svincolati dalla barra che li
conteneva e possono essere disposti liberamente sulla scrivania.

I temi grafici per personalizzare l'interfaccia utente di Windows 7
Da tempo poi si parla di Windows 7
come il primo sistema operativo Microsoft in grado di offrire l’esperienza
Touch e così sarà. Se l’hardware su cui è installato il
sistema è touchscreen (come Hp
TouchSmart su cui noi abbiamo provato le nuove
caratteristiche), Seven permetterà
lo zoom semplicemente allargando le dita, lo scroll dei
documenti di Word e delle pagine Web, la localizzazione veloce del tocco di
puntamento, ma anche l'esperienza di inserire effetti speciali nelle proprio
foto o semplicemente prendere un pennello e sovrascrivere alla foto una
dedica o un messaggio. 
Nuova grafica anche per la calcolatrice di Windows 7
Un’altra delle novità che riguardano in primo luogo gli utenti del PC da
casa è il sistema HomeGroup
per la condivisione delle informazioni. In pratica tutti i PC che funzionano
con Windows 7 si identificano e si collegano automaticamente gli uni con gli
altri, in questo modo è semplicissimo non solo condividere i file
multimediali, ma anche i diversi media, ed è possibile inviare la
riproduzione di una canzone su un media differente dai propri. E per
Windows Media Player (nuova versione) sono stati studiati
interessanti miglioramenti per rendere ancora più veloci le operazioni più
frequenti e agevolare la fruizione dei contenuti multimediali,
anche la semplice Previews
di brani e filmati. 
Windows Media Player di Windows 7
Device Stage
Del tutto differente e sostanziale
cambiamento rispetto a Windows Vista è Device Stage, in
pratica una volta collegato al computer un nuovo device, come una stampante
o il vostro smartphone, oltre alla rappresentazione fotorealistica dello
stesso, si potranno visualizzare in dettaglio i task che si possono portare
a termine con il device, ma non solo. A seconda dell’impegno profuso in
questa direzione dal produttore, potranno essere immediatamente visualizzate
le caratteristiche, gli aggiornamenti disponibili, eventuali accessori
acquistabili e così via. Il device compare direttamente nella taskbar al
collegamento e da lì partirà direttamente l’azione richiesta.

Windows Device Stage, l'interfaccia per la gestione di dispositivi collegati
al PC.
Tutto è molto più Live
Infine una parte non indifferente di novità consumer viene dalla cosiddetta
Live Wave 3 Experience. Anche sulla
Build 6810
preinstallata per la prova sono precaricate tutte le
applicazioni Live nella nuova versione beta: Live Call, Live
Mail, Messenger, Movie Maker, Photo Gallery e Live Writer.
Spiccano le novità di Messenger con una serie di
facilitazioni nel controllo del proprio account.

Nuova interfaccia anche per Windows Live Messenger, con la possibilità di
ricevere
notifiche su cosa stanno facendo i nostri contatti e l'inserimento guidato
di brevi
clip invece dell'immagina statica.
Per esempio l’inserimento di una mini clip video tramite procedura guidata,
e il controllo diretto dei contatti Favoriti, ma anche delle ultime attività
degli altri utenti, così come, per quanto riguarda PhotoGallery un corposo potenziamento delle possibilità
di elaborazione (compresa la creazione di panoramiche a 360 gradi con
procedura guidata), e la procedura diretta per la pubblicazione delle foto
sui server dei servizi più conosciuti (Flickr,
SmugMug, Picasa,
etc.). 
Nuova interfaccia anche per Windows Live Mail
Per i professionisti in azienda
Non tutto quello che Windows 7 ha di nuovo è per gli utenti consumer. In
ambito professionale, a diretto vantaggio delle imprese
Seven porta come novità principale DirectAccess, un sistema
di accesso flessibile alle applicazioni da remoto che consente l’accesso
diretto ogni volta che il sistema individua una connessione Internet, senza
bisogno di approcciare una connessione VPN. Questo vuol dire accedere ad
informazioni riservate sul network aziendale anche semplicemente aprendo il
link di un’email. L’unica condizione per beneficiare di questa
caratteristica è il deploying di
Windows Server 2008 R2 (con implementazione di IPv6 e IPSec). 
Menù START
Anche la ricerca delle informazioni, grazie a
Search Federated, dovrebbe essere del tutto trasparente e
procedere per l’utente finale nello stesso modo con cui si ricercano i file
in locale, anche nel caso di repository come siti
SharePoint. Una volta che l’informazione poi è stata
utilizzata dall’utente l’accesso successivo avverrà in modo più rapido, così
come la sincronizzazione di eventuali aggiornamenti questo perché
Windows 7 introduce BranchCache che mette in cache contenuti
da file remoti e da Web Server. Branchcache supporta http, e https ma anche
SMB, SLL e IPsec, per il controllo della sicurezza. 
Il tool di ricerca Search Federated è integrato in Windows 7.
Infine novità anche per BitLocker,
basta un clic con il tasto destro per abilitare automaticamente il sistema,
creare la partizione nascosta per il boot e accedere al controllo di
gestione perfezionato. Inoltre viene introdotto
BitLocker To Go, che offre il controllo di protezione anche
ai dispositivi di storage rimovibili. Riguardo a Vista erano state raccolte
decine di lamentele legate alla gestione degli Alert. Ora è possibile
configurare non solo la ricezione dei messaggi di attenzione, ma anche
gestire da un unico punto se si preferisce la visualizzazione delle
applicazioni nella Systray o meno.
Molto meglio di Windows Vista, ma sulla base dell'esperienza fatta con
Vista, senza rivoluzioni. Questo in sostanza è Windows 7. Da qui alla
versione finale gli step non mancano.
Fonte Esclusiva: vnet
USB: arriva la versione 3.0
Dieci volte più veloce: 4,8 GB al secondo. Le specifiche saranno presentate
la settimana prossima. Alla prossima conferenza dell’USB Implementer Forum
che si terrà a San Jose in California la settimana prossima, saranno
annunciate formalmente le specifiche tecniche della prossima
generazione della tecnologia di connettività Universal Serial Bus.
Nonostante una gestazione complicata - ostacolata da battaglie interne e
imbrogli politici tra i grossi attori in gioco tra cui Intel, Nvidia
e Amd - il nuovo standard dovrebbe essere
ben 10 volte più veloce delle attuali specifiche USB 2.0.
Secondo quanto riportato da
Everything USB, un file da 25 GB può essere trasferito in soli 70
secondi utilizzando il nuovo sistema, in confronto ai quasi 14 minuti
necessari con la connessione USB 2.0 e alle 9,3 ore del lentissimo USB 1.0.
In pratica fino a 4,8 Gb al secondo. Altri
miglioramenti riguarderanno la gestione del consumo energetico e l’utilizzo
di cavi ottici.
VMware virtualizza i cellulari
Nata sui server, ed in seguito diffusasi sui PC mainstream, la
virtualizzazione è pronta a sbarcare anche sui telefoni cellulari. A
preannunciare questo debutto è
VMware, già pioniera delle tecnologie di virtualizzazione per PC, che ha
svelato di essere al lavoro su di un prodotto specificamente progettato per
i dispositivi mobili.
VMware Mobile Virtualization Platform (MVP)
viene descritta dalla società californiana come un "sottile layer software"
che, inglobato in un dispositivo mobile, è in grado di far girare sistema
operativo, applicazioni e dati all'interno di una macchina virtuale. Lo
scopo è quello di separare il software che gira sul dispositivo
dall'hardware sottostante, così da permettere a produttori e
operatori di sviluppare un singolo stack di driver e applicazioni
compatibile con tutti i telefoni prodotti o venduti, indipendentemente da
quale CPU o chipset essi utilizzano. Questa possibilità, secondo VMware,
abbatterà i tempi di time-to-market ed eliminerà i costi di porting del
software.
L'azienda di Palo Alto sostiene poi che la propria
MVP possa essere utilizzata dai carrier per far girare i servizi di
sicurezza e trusting, come DRM e autenticazione, in una macchina
virtuale ad hoc: anche nel caso in cui il sistema operativo dovesse venire
compromesso, ha spiegato VMware, tali componenti rimarrebbero inviolati.
L'azienda ritiene che questo aspetto della virtualizzazione possa
incentivare i carrier ancora legati a sistemi operativi embedded non
mainstream a migrare verso piattaforme come Windows Mobile, Symbian e Linux,
ritenute intrinsecamente meno sicure degli OS meno noti e "blindati" ma
capaci di offrire agli utenti un bacino vastissimo di applicazioni.
Ma a beneficiare della virtualizzazione, dice VMware, non saranno soltanto
produttori e carrier, ma anche gli utenti finali. Questi ultimi
potranno infatti creare più profili e farli girare in macchine
virtuali distinte: in questo modo sarà possibile tenere separati, ad
esempio, i file e i dati del profilo "privato" con quelli del profilo
"lavoro". Questo sistema, secondo VMware, potrebbe entrare a far parte delle
policy di sicurezza aziendali.
La software house americana ha poi
citato come ultimo vantaggio la possibilità di creare l'immagine di
un profilo utente e migrarla su qualsiasi altro dispositivo dove
giri MVP: in questo modo, sarà possibile portare file, contatti,
applicazioni e dati personali da un device all'altro senza sforzo. 
La piattaforma di virtualizzazione mobile di VMware si fonda sulle
tecnologie che quest'ultima ha recentemente acquisito da
Trango Virtual Processors. Inizialmente MVP supporterà Windows
CE 5/6, Linux 2.6.x e Symbian 9.x, oltre ad alcuni altri sistemi
operativi embedded specializzati, ed è già in piano il futuro supporto di
Android e Palm OS.
VMware prevede che i primi dispositivi mobili
dotati del proprio software di virtualizzazione debuttino sul mercato
tra circa un anno o, al massimo, 18 mesi. L'azienda sostiene che
diversi produttori stanno già testando il prodotto, ma per il momento ha
preferito non fare i nomi di queste aziende.
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